Il paese dalla salita infattibile

Il paese dalla salita infattibile


Il mi babbo era una persona strana, così strana che scomparve un giorno all’improvviso, senza dirci niente, senza lasciarci un biglietto, un giorno di primavera. Ero davvero piccolo quando se ne andò, ma di lui ho un ricordo preciso.
Era una favola che mi raccontava per addormentarci da bambini, a me e al mi fratello, e che ci lasciava, ogni volta, parecchio interdetti.
Si chiamava “La storia del paese con la salita infattibile”.

Un tempo c’era una leggenda riguardo ad un paese in cui si trovava una salita così in salita, che non si riusciva a concludere, e per questo aveva preso il nome di salita infattibile. Il paese era proprio carino, un classico paesino di montagna, dove salite erte si alternano a discese altrettanto scivolose, i vicoli si stringono all’improvviso e ci sono strade con gradoni che scendono ad una bellavista o s’aprono in una piazza improvvisa. Il paese in sé però non possedeva queste grandi attrattive, ma aveva una cosa che lo rendeva speciale: si narra che al suo interno avesse una salita così erta che nessuno era riuscito a completare.
Nemmeno i paesani stessi, che tante volte nel corso della loro vita e della storia ci avevano provato, ci erano riusciti, così avevano deciso di lasciare perdere, e di tenerla così come era, per quanto inutile fosse. Ed effettivamente, lo era parecchio.

La fama di questa salita infattibile era girata di bocca in bocca, di paese in paese, ed in breve tempo, si era diffusa per tutta la contea cosicché sempre più persone, incuriosite dalla particolarità, passando magari per caso e intravedendo il cartello all’entrata del paese, decidevano di fermarsi e dare un’occhiata alla fatidica salita.
Nessuno sapeva chi l’avesse progettata, chi l’avesse pensata ed infine costruita, gli abitanti del paese sapevano solo che era lì da sempre, da che ne riportano le testimonianze e gli archivi comunali, ma la vera storia e il perché fosse così infattibile, non c’era modo di saperlo. Che senso ha infatti fare una salita che non si può salire? La domanda rimane senza risposta.

Mio padre ci raccontava sempre che non si ricordava se era un suo sogno, un sogno del padre o se davvero c’era stato da piccolo con suo padre. Da quello che si ricorda, ma è molto nebuloso, ne aveva sentito parlare quando era piccino, e così si era fatto portare dal su babbo, e cioè il mi nonno.

Ci diceva sempre che, una volta arrivato alla salita provò subito a salirla. Ma, arrivato fino ad un certo punto, fu costretto a cedere, perché tirava troppo e non si riusciva proprio ad andare oltre. Era incredibile, ma le gambe non andavano!
“Babbo” disse il mi babbo al su babbo. “Non ci si fa!” gli urlò visto che era rimasto più indietro, essendo un tantino più anziano.
“Non ci si fa, Ettore, ci si è provato, non ci si fa!” Gli urlò di rimando il babbo che tante volte ci aveva provato, pare.
“Ma che pendenza c’è, babbo?”
Eh…sarà un cento per cento” sparò il nonno.
100×100?!” chiese il babbo stupito.
Forse anche un 200 per cento” esagerò il nonno che di conti e numeri non ci aveva mai capito nulla di nulla.

Il mi babbo sparò il naso in su, allibito, e fu allora che si chiese se stesse sognando o se fosse reale. Ma a distanza di anni non sapeva la risposta.
Fatto sta che si guardò intorno nel punto in cui non riusciva più a procedere e vide altre persone bloccate a metà della salita, sconsolate, che provavano ad alzare una gamba, ma non riuscivano, la gamba non ne voleva sapere, il muscolo non ce la faceva, ricadeva a terra, sconsolato.
Maremma cane, non ci si fa.

Così si restava…con il naso all’insù a cercare di vedere cosa veniva alla fine, sulla vetta.
Già, perché la curiosità ruotava appunto attorno a questo mistero: che cosa ci sarà mai stato alla fine di quella salita?
Forse è per questo che mio padre è scomparso, per scoprire cosa c’era alla fine della salita?

Ma che c’era, babbo? Che c’era alla fine della salita?” chiedeva sempre mio fratello che non si poteva capacitare di non avere una risposta tra le mani prima di andare a letto.
Oh figliolo, non lo so davvero, guarda, lo sapessi,…te lo direi, davvero deh” borbottava lui.
Oh Babbo, inventa, se no quello rompe” gli sussurravo io tra le coperte. Da bravo fratello maggiore, sapevo quanto poteva rompere Dante, mio fratello piccolo, e poi nascondevo  una curiosità che faceva gola anche a me.
E allora il babbo tirava fuori la storia della chiesa dove ogni giorno si celebrava una funzione. E anche di questa storia io non so se conservava un fondo di realtà oppure se il babbo la inventasse di sana pianta per placare la nostra fama di sapere di più.

Si narra, diceva, che sulla punta esatta di questa salita infattibile, ci fosse una chiesa, molto graziosa per giunta, dove ogni giorno un prete celebrava una funzione.
Ogni giorno il prete aspettava i fedeli
, ma visto che nessuno riusciva a compiere tutta la salita, la chiesa rimaneva vuota, ma la funzione completata lo stesso.
“Oggi qualcuno arriva, me lo sento!” diceva il prete, sfregandosi le mani, fiducioso. Tutti i giorni lo diceva e nessuno si presentava mai. “Questo alla lunga non gli avrà guastato la fede in Dio?” mi chiedevo io ma senza il coraggio di chiederlo al babbo, perchè ero sicuro quella domanda non gli sarebbe punto garbata.

Ma la comunione la faceva?” chiedeva Dante all’estremo della perplessità.
Certo” diceva il babbo.
Ma anche quella cosa del vi lascio la pace vi do la pace?” continuava lui.
S’è detto faceva tutta la funzione!” rispondeva il babbo seccato.
S’è detto tutta!” lo riprendevo io piccato dalla sua interruzione.

Per non infastidire il babbo non gli ponevo ulteriori domande, anche se in realtà ne avevo una marea: perché il prete non scendeva mai? Non si accorgeva che nessuno riusciva a partecipare alla messa? Che ci faceva una chiesetta in un posto così alto e sperduto? Chi l’aveva costruita? Il prete ci viveva da solo?

“Però” riprendeva mio padre dopo un attimo di suspence. “Come mai non mi chiedete come faccio a sapere che c’era la chiesa, costì”
Il silenzio cadeva nella stanza, effettivamente, non ci era passato neanche per la testa di domandarlo.
“O bimbi, siete distratti” brontolava il babbo.
“Ci fu un uomo che fece da testimone” sussurrava lui fra le ombre della lampada.
“E chi era?” chiedevamo in coro io e il mi fratello.
“Uno straniero. Era alto e biondo e altezzoso e parlava una lingua piena di consonanti, non si capiva nulla”.
“Che bischero!” rideva Dante.
Lo straniero era partito da solo da molto lontano ed era finito in vacanza in Toscana.
“Grullo proprio!” rideva Dante.

Sentendo in un pub la storia del paese con la salita infattibile, si appassionò e decise che l’indomani sarebbe partito alla ventura. L’indomani infatti arrivò in paese, entrò in un bar e chiese come potesse arrivarci. Il figlio della barista lo accompagnò e per tutto il tempo gli disse “Guarda, non si fa, te lo dico, ci s’è provato tutti” e così gli ripeteva il manipolo di curiosi che gli si era accodato. Ma quello non sembrò voler desistere, arrivato all’inizio della salita, cominciò ad arrampicarsi con lo zaino in spalla e il viso rivolto all’insù senza spiccicare una parola che, tanto, non si sarebbe capita.

La leggenda narra che non riuscì ad arrivare alla vetta ma si avvicinò, arrivò a circa 3 metri dalla chiesa, e da lì, vide, per primo in assoluto, una chiesetta graziosa ed un prete che entrava ed usciva dalla chiesa per fare i mestieri, completamente assorto dai suoi compiti di sagrestano.  Altro non gli riuscì di vedere, e allora pensò che sì, era davvero infattibile. E tornò indietro.
Perché non chiamò il prete? Perché non gli fece un bercio? Perchè non gli disse qualcosa?
Anche su queste domande, cala una coltre di nero assoluto.

Però fra tutti quelli che ci avevano provato, era stato il solo ad arrivare fino a quel punto remoto.
Il che, ovviamente, gli faceva onore, ma, visto che i paesani erano rimasti offesi dal fatto che non fosse stato uno di loro ad averla vinta sulla salita, passarono sotto silenzio il fatto,  e condirono la storia con elementi inventati di sana pianta  e che trasformarono il biondo straniero in una ragazza dalla bellezza tirrenica, pocce notevoli e l’accento dell’entroterra toscano.

“La verità quindi ci è celata, e ci sarà celata per sempre” Così dunque concludeva sempre il babbo, fra gli sguardi attoniti miei e di Dante, che non riusciva a farsene una ragione e per il quale ogni scusa era buona per rimandare l’ora del sonno.
Eravamo così piccoli, eppure me lo ricordo proprio bene, come fosse ieri. E anche Dante.

Per un po’ di tempo abbiamo seppellito il ricordo di questo racconto, che comunque è rimasto sempre lì, sospeso nel limbo dei ricordi in attesa di essere rispolverato.
Quando il tempo ci ha condotto all’età adulta, sia io che mio fratello abbiamo deciso, senza confrontarci, di condurre ricerche riguardo a questo paese dalla salita infattibile.

La prima cosa che ho fatto è stata digitare sulla barra di Google paese dalla salita infattibile, ma non mi uscì nulla, allora ho provato con una dozzina di sinonimi diversi, ma non ho ottenuto neanche un’informazione che potesse essere utile. Il nulla totale.
Così ho deciso di fare alla buon vecchia maniera: recarmi nelle biblioteche. Ho passato ore intere a sfogliare manuali, enciclopedie, antichi saggi, ma tutta la ricerca si è risolta solamente in tempo sprecato: non c’è notizia in alcun testo di quella salita.

Un giorno però mio fratello mi confessò che, esasperato dalla mancanza di informazioni sulla salita, aveva deciso che bisognava risalire alla fonte: ritrovare nostro padre.
Di lui non sapevo nulla, né se aveva avuto una famiglia né da dove veniva. Mia madre, da quando era stata abbandonata, si era rifiutata di scucire confessioni su di lui e, purtroppo, anche lei ci lasciò molto giovane quando sia io che mio fratello avevamo appena varcato la soglia dell’adolescenza, quindi non ebbe modo di esserci d’aiuto.

Dopo mesi di ricerche Dante mi contattò perché aveva trovato dei parenti, uno zio che aveva contatto e si era dimostrato cortese e mi chiese di accompagnarlo a conoscerlo. Andammo insieme, una domenica di marzo, senza le rispettive moglie e famiglie, solo io e lui.

Ci accolse quello che doveva essere nostro zio, Angelo. Ci fece accomodare e, una volta dentro casa, ci accorgemmo con stupore che non era solo: lo accompagnavano rigorosamente in piedi ed educati una folte schiera di parenti, tra fratelli, moglie, figli, nipoti. Procedettero le presentazioni, e fu una gioia scoprire che avevamo un’intera famiglia e non lo avevamo mai saputo.

Però cogliemmo nei loro occhi un brillio strano, come un perenne stato d’ansia che ricordavamo esserci negli occhi di nostro padre. Ci chiedemmo allora, come mai erano tutti così ansiosi di fare la nostra conoscenza.
Pranzammo e, una volta sorpassati i convenevoli, ci dirigemmo al centro del nostro interesse: nostro padre.

Venne fuori che neanche loro avevano idea di che fine avesse fatto Ettore, loro fratello maggiore, nonché nostro padre. Sparì da giovane all’età di vent’anni, una mattina di primavera, senza lasciare un biglietto né niente, ma tutti convenivano che era sempre stato un tipo un po’ particolare.
Era ossessionato da una cosa, un’idea, un progetto, ne era ossessionato da sempre. Ci dissero. Ne era così ossessionato che non faceva che parlarne di continuo, finendo per ossessionare anche loro.

Aveva raccontato a tutti il suo sogno, che a sua volta era il sogno di loro padre, ma che nessuno era sicuro se fosse stato un sogno oppure no, ma insomma la sua unica preoccupazione era venirne a capo.
Quando udimmo quelle parole, subito drizzammo le orecchie, curiosi. Forse eravamo arrivati alla fine delle nostre ricerche.

Per anni abbiamo vissuto con questa ansia” dissero loro “E adesso vorremo sapere”

“Forse voi lo sapete” lo sguardo teso verso di noi, affamati di risposte.

“Se lo sapete, ditecelo per favore, ditecelo” continuarono con il cuore gonfio d’ansia, gravidi di sguardi.

“Dove si trova questo dannato paese con la salita infattibile?”