Le pecore riottose

Le pecore riottose

Ci hanno chiesto di montare il turno alle 2. Ho ricevuto la chiamata a mezzanotte e 45. Porca miseria! A quell’ora inizia la mia trasmissione preferita sul canale 58, quella sulle grandi strutture. Me la volevo gustare sul divano con tutta calma, ed invece ho dovuto rispondere alla chiamata di Larry….Non posso non rispondere a Larry, perchè quando mi chiama, vuol dire che mi entra del lavoro.
Infatti era come sospettavo: si è liberato un posto causa defezione dell’ultimo momento, quindi Larry ha subito pensato a me. Massima urgenza, dice. Certo,…è sempre urgenza per loro.
Così sono uscito dal divano svogliatissimo e mi sono vestito. Fuori piovicchiava pure. Perfetto. Ora sì che il mio pelo si sarebbe arruffato per bene. Nemmeno l’ultimo balsamo acquistato e costato una fortuna riesce a domarlo. Come se non ne avessi abbastanza di questi ricciolini che, ogni volta che ci passo la spazzola, i dentini ci si incastrano, ed io tiro, e fa un male cane, allora ci rinuncio e vado sempre in giro con il vello disordinato.

Arrivato sul set, la scena è sempre la stessa: gente che corre a destra e a sinistra, senza nessuna motivazione logica apparente, se non l’ansia dell’andare in scena. Non c’è niente da fare: puoi anche essere un veterano in questo settore, ma ogni volta che devi andare in scena, il tuo cuore ne risente un pò. Ed è questo il bello, altrimenti non ci sarebbe gusto. Sarebbe routine, e allora tanto meglio un semplice lavoro di ufficio, davanti al pc con il culo immobile per 8 ore.

“La gente sta fuori” sento una voce arrivarmi da dietro “Neanche dovessimo girare Titanic!” è Larry, sigaretta in bocca, occhiaie pronunciate, smorfia perenne sul muso grigio, tosse catarrosa. Ci salutiamo con il nostro saluto speciale, io e Larry.
“Grazie per avermi chiamato, sei un amico” gli sussurro complice.
“Dovere, dovere, lo sai che sono sempre lì quando si tratta di salvarti il culo!” dichiara con un pizzico di orgoglio. A differenza mia, Larry odia questo lavoro, lo trova stupido ed insignificante. Lui lo fa solo perchè ha famiglia, moglie e figli, e deve contribuire in qualche modo. Invece io no, io spero di poter diventare un attore vero, un giorno. Ci spero davvero.

Ci uniamo alle altre, perché vogliamo raccogliere informazioni riguardo al regista e alla produzione. Cambiano sempre, ed è utile avere più informazioni possibili, per poter essere preparati le volte successive ed introdursi in questo mondo. Sentiamo dire tra la folla che il regista di stasera è uno nuovo. 
Si chiama Bart Mosciarello, ha origini italiane e proviene dall’avantguarde. 
“Bart Mosciarello?! Che nome del cazzo!” borbotta Larry a voce troppo alta. Qualcuno gli sussurra “Shh”  perchè, a quanto pare, è arrivato.

Come tutti i registi, anche Bart Mosciarello è facilmente riconoscibile: non solo si dirige subito sulla sedia che porta la scritta “Regia”, ma in più ha quella faccetta da intellettualoide dell’ultima ora che hanno tutti quelli che si ritengono artisti.
Sul naso, degli occhiali con montatura di tartaruga, indosso, una giacchina a quadri di flanella, e  la faccia da sfigatello del quartierino. Secondo me appartiene alla categoria di quelli che, alle elementari, quando c’era da fare le squadre durante l’ora di educazione fisica, veniva sempre scelto per ultimo e, proprio come la volpe con l’uva, alzava le spalle e commentava:
“Chissenefrega, io da grande farò il regista”
Ed infatti. Guarda dove è finito…
Ha proprio la faccia da coglione, sto mosciarello” Larry interrompe li miei pensieri, parlandomi nell’orecchio. Come dargli torto? Tanto sveglio non sembra. A dire il verò però, nemmeno noi siamo tanto svegli, che stiamo qui a notte fonda, a lavorare per due lire! Ma che ci volete fare, in tempi di crisi si prende su ciò che viene. 

Mosciarello dà alcune indicazioni di base “Tu!” dice indicando una di noi dalla corporatura un pò grossa “Tu ti metti lì, e sta ferma a brucare” Questa lo guardo dispiaciuta, dalla postazione dove dovrebbe spostarsi non verrebbe inquadrata praticamente mai, apre la bocca per replicare, ma alla fine ubbidisce e, in silenzio, si reca a brucare in un angolo, scocciatissima. Almeno prende la diaria.

La folla la guarda deglutendo saliva e pregando di non fare la stessa fine.
Ma Mosciarello non ha finito. Con piglio arrogante si mette a scrutarci una ad una, come se fossimo ad un’interrogazione in classe e lui stesse controllando il registro in attesa di chiamare qualcuno al banco. La tensione è potente, cresce tra le fila e, per un periodo incalcolabile, il tempo sembra essersi fermato. Mosciarello fa una smorfia, come di disgusto, poi gira il culo e raggiunge la sua sedia. Ci schifa proprio.
“Questo taglialo così, la luce spostamela qui” borbotta solo.
“Dai, adesso diamoci una mossa, su!” dichiara all’apice dell’insoddisfazione. Se questo era il Ciak azione!,  nessuno lo ha colto, tanto che l’aiuto regista gli rimanda uno sguardo di dubbio, ma Mosciarello non lo calcola, si volta proprio dalla parte opposta, con una smorfia di acredine dipinta sulla bocca.
L’aiuto regia tenta un approccio “Mi scusi,…mi scus..”
“Ho detto di darsi una mossaaaa!!” replica il regista, con una vocina acidula al limite della sopportazione.
L’aiuto regista si discosta, rattristato, deluso, impaurito, si piazza in postazione e si riprende solo quando urla “ Azione!”.

La folla, scomposta, inizia a spargersi per il set. C’è chi bruca e c’è chi salta. Io mi metto nella fila di quelle che saltano, perché lì sei sempre più visibile e hai diritto al tuo momento di gloria. Parte la prima: prende la rincorsa,  va tranquilla, parte la seconda, prende la rincorsa, salta perfettamente, parte la terza, stesso discorso, parte la quarta…
Io aspetto quella che inciampa, c’è sempre, e mi fa ammazzare dalle risate. So che non dovrei ridere delle sfighe altrui, ma che ci posso fare?Anche la nera c’è sempre, però oggi non l’ho vista.
Parte la…
“Stoooppppp” si sente chiaro dalla regia.

Ci voltiamo. Mosciarello infuriato si alza dalla sedia e ci viene incontro a grandi passi. Prende di mira la poveretta che era in procinto di saltare.
“Dico, tesoro mio, ti sei vista?” gracchia acido.
Lei si osserva il corpo, stupidamente, come se non si fosse mai guardata, poi poggia i suoi occhi preoccupati su di lui in attesa di un chiarimento.
“Sei grassa” gli spiega allora lui.
“IRRIMEDIABILMENTE GRASSA” scandisce Mosciarello sillabando. “Devo farti un disegnino, tesoro?” continua lui.
Lei trattiene le lacrime, le riesco a vedere da qui, sono pronte agli angoli degli occhi, all’estremità, cariche di delusione.
“Pensi davvero di poter saltare la staccionata?” il suo tono è retorico.
La poveretta non sa se deve rispondere oppure no alla domanda postale, le trema il labbro e tutto il corpo.
“Beh?” la incalza.
Lei non parla, tenta una divincolamento, poi cede, ansimante.
“Sì,..sì signore, l’ho,…l’ho sempre fatto” prende coraggio.
Mosciarello si apre in una sonora risata, non si trattiene proprio, ride a crepapelle con la bocca spalancata, mostrando i denti grigi.
Poi si blocca, all’istante, e la guarda fissa.
“Sparisci dal mio set” dice, fissandola ferrea negli occhi.
Ma lei non si muove, trema dalla testa alle zampe e rimane ferma.
“Mi faccia provare” dice armandosi di coraggio.
“Per carità di Dio, vuoi sfondarmi la staccionata?” ride sfacciatamente.
“ Mi faccia provare!” insiste stupidamente questa.
“ Basta, mi hai stufato, rimuovetela!” ordina Mosciarello, tornando verso la sua sedia.

L’aiuto regia e altri della produzione si guardano sconcertati. Cosa…cos…cosa devono fare?
“ Rimuovereeeeeee” ordina perentoria.

jumpig sheep
Al secondo ordine, incerti, avanzano di qualche metro. Un ordine del regista, è sempre un ordine, sebbene folle. Nessuno certo vuole perdere il posto.
I due preposti si avvicinano lenti e, come se avessero a che fare con una pazza che sta avendo una crisi di nervi, le parlano a un palmo di naso con voce rassicurante.

“Se non farai storie, andrà tutto bene”
“Ma…ma io non capisco, ma quale è il problema?” inizia lei.
“Su, su, sai buona” cercano di trascinarla lì, ma lei non ci sta, punta le zampe a terra.
“Ma io l’ho sempre fatto, l’ho sempre saltata la staccionata!!”ribadisce.
“Certo, certo, però vieni con noi adesso”
Lei inizia a divincolarsi, mentre le altre due cercano di tenerla ferma, sfila proprio sotto i nostri nasi, allibiti ed i nostri occhi, annichiliti.
Ma che diavolo sta succedendo?
La poveretta urla, piange e si dispera adesso.
“Ma io posso saltarla la staccionata, lo giuro! Lo posso fare!!”
Vedendo il lardo che le pesa da sotto l’addome, è difficile da credere, però questa è una scena davvero raccapricciante.

Scruto gli sguardi delle presenti: sono terrorizzate, qualcuna piange, un’altra prega, vedo anche quella nera adesso, sta scavalcando la staccionata laterale e tenta un’evasione all’ultimo.
Ma Larry no, Larry è la rabbia in persona. Non gli ho mai in visto in volto quell’espressione. Temo che stia per scoppiare da un momento all’altro.
“Larry tutto bene?” gli sussurro.
E a quel punto lui sbotta.
“Ma questa è follia! Follia!!”urla.

Il chiacchiericcio si blocca di colpo e tutti gli occhi sono puntati su di lui, che si piazza in mezzo alla scena, rivolto dalla nostra parte.

“ Volete davvero accettare una cosa del genere? Volete davvero essere trattate come schiave da un mosciarello qualsiasi?”

Il regista si rialza, rosso in volto “ Si sieda, lei! Chi le dà il diritto di alzars…”
“Ohhh stia zitto!” Lo interruppe Larry. “Abbiamo già subito abbastanza per oggi!! Non bastano gli orari assurdi di montaggio, la solita regia di merda e la paga da fame, adesso ci manca solo il moscione di sti coglioni! Io dico FANCULO!!”
Dicendo così, si fionda sulla staccionata ed inizia a tirarla per sdradicarla. Il fervore nel gruppo cresce, alcune iniziano ad urlare e ad avanzare. “Ahhhhh”  e “Fanculooooooo” dice una che corre, raggiuge Larry ed inizia a sfasciare tutto. Poi 2, 3, 4, piano piano tutte iniziano a correre e a distruggere tutto ciò che si mette lungo il loro cammino. “Fanculooooo!!!” si sente urlato a random.

Una folla inferocita si riversa sul set, urlante, imprecante, fervida ed eccitata. La staccionata viene divelta e lanciata in aria, pezzi di legno volano su corpi in velocità che, colpiti, sfrombolano a terra feriti, urlanti, sanguinanti, alcune prendono di mira la troupe ed iniziano inseguimenti circolari, Mosciarello tenta di evadere con la sua sedia di regia sottobraccio, palesamente sconvolto dalla piega degli eventi, ma una lo raggiunge ed inizia un duello di scherma fra sedia e pezzo di legno divelto dalla staccionata.
Quella mandata a brucare se la prende con l’erba, ne strappa pezzi interi con rabbia, ringhiando, pesta i piedi, scagazza, e saltella su ciò che ha prodotto pronunciando frasi incomprensibili di atavico rancore. Quella tacciata di essere grassa, corre avanti ed indietro nello spazio scenico, completamente persa, va a sbattere contro una luce di scena, si sente un grosso rumore metallico di rimbombo, tipo TOOOON, e cade a terra. D’altro canto, anche il lampione non regge all’urto: tentenna un po’ tremolante, si sporge da un lato, poi dall’altro, poi si stacca definitivamente dal suolo. Cadendo ne becca un paio che si stavano menando a pochi metri di distanza, le schiaccia proprio, in pieno. Odo i lamentii di dolore.
Ovunque ti giri è guerriglia e caos.

È la follia.

Nel marasma, scorgo Larry: sigaretta in bocca come al solito, sgancia cornate alle chiappe di Mosciarello urlando insulti a caso, mentre viene aizzato da altre messe in circolo che fischiano e urlano improperi. Una telecamera è a terra, con la lucina rossa di ripresa che pulsa a lato.
Larry sa cavarsela, quindi decido di ritirarmi.
Lo chiamerò domani, quando tutto ciò sarà terminato.
Se faccio presto, forse riesco ancora a vedere il finale della mia trasmissione preferita sul 58.


The day after


“Dottore, mi creda, è da giorni che cerco di capire il significato di questo sogno”
Il dottore lo guarda serio, da sotto la montatura leggera degli occhiali da presbite regalo di Natale della moglie.
Se li toglie per “vederci meglio”, appoggiandoli con delicatezza sulla scrivania.
” Signor Licodemo, mi faccia capire ” Le pecore nella sua testa hanno iniziato una rivolta e hanno spaccato tutto?.. “In tanti anni di carriera penso di non aver mai pronunciato frase più cretina di questa.” pensa il dottore fra sè e sè.
“Sì, dottore, le ripeto…non riuscivo a prendere sonno e ho deciso di contare le pecore”
“Ok, prosegua”  Gesù, ma perchè ho scelto questo mestiere?
“All’inizio ha funzionato, c’era la staccionata, c’era il gregge, qualcuna brucava e altre erano in gruppo…”
“Ok, ok…e poi?”
“E poi, hanno iniziato a saltare…una, due tre, e tutto stava andando per il verso giusto, ma poi, all’improvviso, c’era un gran caos, e le pecore si stavano menando, inseguendo e..e…e c’era sto tizio…non so, aveva la faccia da saputello sfigato..e..e..era stato legato ad una sedia dove c’era scritto Regia e veniva trascinato e costretto agli sberleffi di tutte le altre pecore”
“E cosa gli dicevano le altre pecore?” Dio dammi la forza e la pazienza,…
“Gli tiravano delle cose addosso e  gli urlavano Moscio Moscio Moscio!”cose così.
“Moscio Moscio Moscio eh?” chiede il dottore prendendo un appunto sul taccuino.
“Sì, proprio così”
Il dottore pare riflettere, si rimette gli occhiali con fare pensieroso.
“Dottore, come possiamo interpretare questo sogno secondo lei?”
“Signor Licodemo, credo che la sua sia solo stanchezza, certo devo complimentarmi per la fantasia di cui dispone, eh eh, …pecore rivoltose, non è da tutti!”
“Ah,…beh..grazie dottore,…ma, sa, era parecchi giorni che non mi riusciva di chiudere occhio,  l’insonnia mi sta uccidendo…”
“Io credo che il suo subconscio stia cercando di dirle che deve uscire dal coro, smetterla di seguire il gruppo, le regole sociali imposte e non necessariamente accettate. Le pecore sono animali mansueti, non aggressivi, ma lei ha sognato pecore riottose, arrabbiate, questo simbolizza la sua paura ad essere visto come un essere tacito, passivo, di natura vigliacca, una persona che sfugge alle proprie responsabilità. Lei questo, incosciamente, non lo desidera”
“Sì, sì, dottore,..può…può essere”
“Quindi reagisca, alzi la testa, dica la sua, inviti quella ragazza che da tempo deve invitare a cena, chiami un vecchio amico, proponga un nuovo progetto al suo capo, insomma, canti fuori dal coro!”
” D’accordo, dottore, la ringrazio!” Fa per uscire, poi torna indietro.
“Posso comunque prendere lo Xanax?” chiede sottovoce, tremolando.
” Certo, certo” lo rassicura.

Il signor Licodemo si alza, nel volto la stanchezza di chi non dorme da parecchi giorni, quella di chi soffre di ansia da una vita, quella di chi soffre di insonnia, quella di chi con la vita, non è mai pari. Stringe la mano al suo psichiatra, ed esce.
Appena chiusa la porta dello studio, il dottore si tuffa sulla poltrona in pelle, che lo accoglie soffice.
“ …Quante cazzate mi tocca dire” sussurra sconsolato. “Per fortuna stasera c’è la trasmissione sulle grandi strutture”.

Nel foglio sulla scrivania, solo tre parole scritte a penna rossa: Moscio Moscio Moscio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il paese dalla salita infattibile

Il paese dalla salita infattibile


Il mi babbo era una persona strana, così strana che scomparve un giorno all’improvviso, senza dirci niente, senza lasciarci un biglietto, un giorno di primavera. Ero davvero piccolo quando se ne andò, ma di lui ho un ricordo preciso.
Era una favola che mi raccontava per addormentarci da bambini, a me e al mi fratello, e che ci lasciava, ogni volta, parecchio interdetti.
Si chiamava “La storia del paese con la salita infattibile”.

Un tempo c’era una leggenda riguardo ad un paese in cui si trovava una salita così in salita, che non si riusciva a concludere, e per questo aveva preso il nome di salita infattibile. Il paese era proprio carino, un classico paesino di montagna, dove salite erte si alternano a discese altrettanto scivolose, i vicoli si stringono all’improvviso e ci sono strade con gradoni che scendono ad una bellavista o s’aprono in una piazza improvvisa. Il paese in sé però non possedeva queste grandi attrattive, ma aveva una cosa che lo rendeva speciale: si narra che al suo interno avesse una salita così erta che nessuno era riuscito a completare.
Nemmeno i paesani stessi, che tante volte nel corso della loro vita e della storia ci avevano provato, ci erano riusciti, così avevano deciso di lasciare perdere, e di tenerla così come era, per quanto inutile fosse. Ed effettivamente, lo era parecchio.

La fama di questa salita infattibile era girata di bocca in bocca, di paese in paese, ed in breve tempo, si era diffusa per tutta la contea cosicché sempre più persone, incuriosite dalla particolarità, passando magari per caso e intravedendo il cartello all’entrata del paese, decidevano di fermarsi e dare un’occhiata alla fatidica salita.
Nessuno sapeva chi l’avesse progettata, chi l’avesse pensata ed infine costruita, gli abitanti del paese sapevano solo che era lì da sempre, da che ne riportano le testimonianze e gli archivi comunali, ma la vera storia e il perché fosse così infattibile, non c’era modo di saperlo. Che senso ha infatti fare una salita che non si può salire? La domanda rimane senza risposta.

Mio padre ci raccontava sempre che non si ricordava se era un suo sogno, un sogno del padre o se davvero c’era stato da piccolo con suo padre. Da quello che si ricorda, ma è molto nebuloso, ne aveva sentito parlare quando era piccino, e così si era fatto portare dal su babbo, e cioè il mi nonno.

Ci diceva sempre che, una volta arrivato alla salita provò subito a salirla. Ma, arrivato fino ad un certo punto, fu costretto a cedere, perché tirava troppo e non si riusciva proprio ad andare oltre. Era incredibile, ma le gambe non andavano!
“Babbo” disse il mi babbo al su babbo. “Non ci si fa!” gli urlò visto che era rimasto più indietro, essendo un tantino più anziano.
“Non ci si fa, Ettore, ci si è provato, non ci si fa!” Gli urlò di rimando il babbo che tante volte ci aveva provato, pare.
“Ma che pendenza c’è, babbo?”
Eh…sarà un cento per cento” sparò il nonno.
100×100?!” chiese il babbo stupito.
Forse anche un 200 per cento” esagerò il nonno che di conti e numeri non ci aveva mai capito nulla di nulla.

Il mi babbo sparò il naso in su, allibito, e fu allora che si chiese se stesse sognando o se fosse reale. Ma a distanza di anni non sapeva la risposta.
Fatto sta che si guardò intorno nel punto in cui non riusciva più a procedere e vide altre persone bloccate a metà della salita, sconsolate, che provavano ad alzare una gamba, ma non riuscivano, la gamba non ne voleva sapere, il muscolo non ce la faceva, ricadeva a terra, sconsolato.
Maremma cane, non ci si fa.

Così si restava…con il naso all’insù a cercare di vedere cosa veniva alla fine, sulla vetta.
Già, perché la curiosità ruotava appunto attorno a questo mistero: che cosa ci sarà mai stato alla fine di quella salita?
Forse è per questo che mio padre è scomparso, per scoprire cosa c’era alla fine della salita?

Ma che c’era, babbo? Che c’era alla fine della salita?” chiedeva sempre mio fratello che non si poteva capacitare di non avere una risposta tra le mani prima di andare a letto.
Oh figliolo, non lo so davvero, guarda, lo sapessi,…te lo direi, davvero deh” borbottava lui.
Oh Babbo, inventa, se no quello rompe” gli sussurravo io tra le coperte. Da bravo fratello maggiore, sapevo quanto poteva rompere Dante, mio fratello piccolo, e poi nascondevo  una curiosità che faceva gola anche a me.
E allora il babbo tirava fuori la storia della chiesa dove ogni giorno si celebrava una funzione. E anche di questa storia io non so se conservava un fondo di realtà oppure se il babbo la inventasse di sana pianta per placare la nostra fama di sapere di più.

Si narra, diceva, che sulla punta esatta di questa salita infattibile, ci fosse una chiesa, molto graziosa per giunta, dove ogni giorno un prete celebrava una funzione.
Ogni giorno il prete aspettava i fedeli
, ma visto che nessuno riusciva a compiere tutta la salita, la chiesa rimaneva vuota, ma la funzione completata lo stesso.
“Oggi qualcuno arriva, me lo sento!” diceva il prete, sfregandosi le mani, fiducioso. Tutti i giorni lo diceva e nessuno si presentava mai. “Questo alla lunga non gli avrà guastato la fede in Dio?” mi chiedevo io ma senza il coraggio di chiederlo al babbo, perchè ero sicuro quella domanda non gli sarebbe punto garbata.

Ma la comunione la faceva?” chiedeva Dante all’estremo della perplessità.
Certo” diceva il babbo.
Ma anche quella cosa del vi lascio la pace vi do la pace?” continuava lui.
S’è detto faceva tutta la funzione!” rispondeva il babbo seccato.
S’è detto tutta!” lo riprendevo io piccato dalla sua interruzione.

Per non infastidire il babbo non gli ponevo ulteriori domande, anche se in realtà ne avevo una marea: perché il prete non scendeva mai? Non si accorgeva che nessuno riusciva a partecipare alla messa? Che ci faceva una chiesetta in un posto così alto e sperduto? Chi l’aveva costruita? Il prete ci viveva da solo?

“Però” riprendeva mio padre dopo un attimo di suspence. “Come mai non mi chiedete come faccio a sapere che c’era la chiesa, costì”
Il silenzio cadeva nella stanza, effettivamente, non ci era passato neanche per la testa di domandarlo.
“O bimbi, siete distratti” brontolava il babbo.
“Ci fu un uomo che fece da testimone” sussurrava lui fra le ombre della lampada.
“E chi era?” chiedevamo in coro io e il mi fratello.
“Uno straniero. Era alto e biondo e altezzoso e parlava una lingua piena di consonanti, non si capiva nulla”.
“Che bischero!” rideva Dante.
Lo straniero era partito da solo da molto lontano ed era finito in vacanza in Toscana.
“Grullo proprio!” rideva Dante.

Sentendo in un pub la storia del paese con la salita infattibile, si appassionò e decise che l’indomani sarebbe partito alla ventura. L’indomani infatti arrivò in paese, entrò in un bar e chiese come potesse arrivarci. Il figlio della barista lo accompagnò e per tutto il tempo gli disse “Guarda, non si fa, te lo dico, ci s’è provato tutti” e così gli ripeteva il manipolo di curiosi che gli si era accodato. Ma quello non sembrò voler desistere, arrivato all’inizio della salita, cominciò ad arrampicarsi con lo zaino in spalla e il viso rivolto all’insù senza spiccicare una parola che, tanto, non si sarebbe capita.

La leggenda narra che non riuscì ad arrivare alla vetta ma si avvicinò, arrivò a circa 3 metri dalla chiesa, e da lì, vide, per primo in assoluto, una chiesetta graziosa ed un prete che entrava ed usciva dalla chiesa per fare i mestieri, completamente assorto dai suoi compiti di sagrestano.  Altro non gli riuscì di vedere, e allora pensò che sì, era davvero infattibile. E tornò indietro.
Perché non chiamò il prete? Perché non gli fece un bercio? Perchè non gli disse qualcosa?
Anche su queste domande, cala una coltre di nero assoluto.

Però fra tutti quelli che ci avevano provato, era stato il solo ad arrivare fino a quel punto remoto.
Il che, ovviamente, gli faceva onore, ma, visto che i paesani erano rimasti offesi dal fatto che non fosse stato uno di loro ad averla vinta sulla salita, passarono sotto silenzio il fatto,  e condirono la storia con elementi inventati di sana pianta  e che trasformarono il biondo straniero in una ragazza dalla bellezza tirrenica, pocce notevoli e l’accento dell’entroterra toscano.

“La verità quindi ci è celata, e ci sarà celata per sempre” Così dunque concludeva sempre il babbo, fra gli sguardi attoniti miei e di Dante, che non riusciva a farsene una ragione e per il quale ogni scusa era buona per rimandare l’ora del sonno.
Eravamo così piccoli, eppure me lo ricordo proprio bene, come fosse ieri. E anche Dante.

Per un po’ di tempo abbiamo seppellito il ricordo di questo racconto, che comunque è rimasto sempre lì, sospeso nel limbo dei ricordi in attesa di essere rispolverato.
Quando il tempo ci ha condotto all’età adulta, sia io che mio fratello abbiamo deciso, senza confrontarci, di condurre ricerche riguardo a questo paese dalla salita infattibile.

La prima cosa che ho fatto è stata digitare sulla barra di Google paese dalla salita infattibile, ma non mi uscì nulla, allora ho provato con una dozzina di sinonimi diversi, ma non ho ottenuto neanche un’informazione che potesse essere utile. Il nulla totale.
Così ho deciso di fare alla buon vecchia maniera: recarmi nelle biblioteche. Ho passato ore intere a sfogliare manuali, enciclopedie, antichi saggi, ma tutta la ricerca si è risolta solamente in tempo sprecato: non c’è notizia in alcun testo di quella salita.

Un giorno però mio fratello mi confessò che, esasperato dalla mancanza di informazioni sulla salita, aveva deciso che bisognava risalire alla fonte: ritrovare nostro padre.
Di lui non sapevo nulla, né se aveva avuto una famiglia né da dove veniva. Mia madre, da quando era stata abbandonata, si era rifiutata di scucire confessioni su di lui e, purtroppo, anche lei ci lasciò molto giovane quando sia io che mio fratello avevamo appena varcato la soglia dell’adolescenza, quindi non ebbe modo di esserci d’aiuto.

Dopo mesi di ricerche Dante mi contattò perché aveva trovato dei parenti, uno zio che aveva contatto e si era dimostrato cortese e mi chiese di accompagnarlo a conoscerlo. Andammo insieme, una domenica di marzo, senza le rispettive moglie e famiglie, solo io e lui.

Ci accolse quello che doveva essere nostro zio, Angelo. Ci fece accomodare e, una volta dentro casa, ci accorgemmo con stupore che non era solo: lo accompagnavano rigorosamente in piedi ed educati una folte schiera di parenti, tra fratelli, moglie, figli, nipoti. Procedettero le presentazioni, e fu una gioia scoprire che avevamo un’intera famiglia e non lo avevamo mai saputo.

Però cogliemmo nei loro occhi un brillio strano, come un perenne stato d’ansia che ricordavamo esserci negli occhi di nostro padre. Ci chiedemmo allora, come mai erano tutti così ansiosi di fare la nostra conoscenza.
Pranzammo e, una volta sorpassati i convenevoli, ci dirigemmo al centro del nostro interesse: nostro padre.

Venne fuori che neanche loro avevano idea di che fine avesse fatto Ettore, loro fratello maggiore, nonché nostro padre. Sparì da giovane all’età di vent’anni, una mattina di primavera, senza lasciare un biglietto né niente, ma tutti convenivano che era sempre stato un tipo un po’ particolare.
Era ossessionato da una cosa, un’idea, un progetto, ne era ossessionato da sempre. Ci dissero. Ne era così ossessionato che non faceva che parlarne di continuo, finendo per ossessionare anche loro.

Aveva raccontato a tutti il suo sogno, che a sua volta era il sogno di loro padre, ma che nessuno era sicuro se fosse stato un sogno oppure no, ma insomma la sua unica preoccupazione era venirne a capo.
Quando udimmo quelle parole, subito drizzammo le orecchie, curiosi. Forse eravamo arrivati alla fine delle nostre ricerche.

Per anni abbiamo vissuto con questa ansia” dissero loro “E adesso vorremo sapere”

“Forse voi lo sapete” lo sguardo teso verso di noi, affamati di risposte.

“Se lo sapete, ditecelo per favore, ditecelo” continuarono con il cuore gonfio d’ansia, gravidi di sguardi.

“Dove si trova questo dannato paese con la salita infattibile?”

Mamma e Papà

Mamma e Papà

Mi chiamo Edoardo Luigi Maria de Sanctis, ma tutti mi chiamano Edo.
Ho compiuto 10 anni da poco, un’età importante, dicono, perché ho finito tutte e due le mani, e infatti per l’occasione abbiamo fatto una grande festa. I miei genitori si sono separati esattamente 6 mesi, 2 settimane, 7 ore fa. O almeno questo è stato il momento esatto in cui mi è stato riferito.

Era un venerdì pomeriggio, avevo preso un 8 nell’interrogazione di mate ed ero felice perché quando prendo un bel voto mamma mi porta sempre a prendere il gelato. Ma non quella volta. Quel venerdì pomeriggio, ai cancelli della scuola, ho visto mamma e papà in piedi ad aspettarmi, di solito mandano la domestica perché loro hanno troppo da fare in studio- mamma e papà sono due dentisti-per questo mi è sembrato subito strano. Quando mamma mi ha preso la mano senza nemmeno salutarmi, ho capito che c’era qualcosa che non andava e che non ci sarebbe stato nessun gelato. Ed infatti.

Da tempo nutrivo il sospetto che stesse succedendo qualcosa. Non era raro negli ultimi mesi udire mamma pronunciare frasi ad effetto, passate sottobanco a volume ridotto, della tipologia quel bas*****di tuo padre, quella pu*****, quello st***** ..tutte quelle parole che non mi é dato pronunciare anche se a loro piacciono tanto, ed in tv non fanno che ripeterle di continuo. Spesso li sentivo litigare chiusi in camera, di norma iniziavano a punzecchiarsi durante il pranzo o la cena, poi, come se non ci fossi si riferivano a me in terza persona “Edoardo non può assistere a queste scene!” di solito era mia madre “Edoardo non si merita uno st***** come padre!” e proseguivano a porte chiuse.  Quando il mio nome veniva pronunciato tutto per intero, di norma era un bruttissimo presagio.

Quando me lo dissero eravamo nella sala grande a piano terra, sul costosissimo tavolo di cristallo hanno iniziato il discorso dicendo che a volte nella vita succedono cose brutte:
“Ti ricordi per esempio quando Simba ha perso il papà? “ ha iniziato mamma.
“Che esempio di merda!” l’ha interrotta papà.
“E’ un esempio come un altro” ha risposto mamma.

Così ha ripreso il discorso papà. “Edo” ha detto e non l’ho mai visto così serio, neanche quella fatidica volta in cui entrai nel suo studio e vidi quello che vidi e poi mi fece promettere di non riferire nulla di quanto avevo visto. Mi ha guardato dritto negli occhi con i suoi occhi verdi, e non è riuscito a dire niente. Così è ritornata alla carica mamma.
“Io e papà abbiamo deciso di separarci e…è meglio così” Si vedeva lontano un mondo che non era quello che pensava davvero, che aveva quella parola che inizia con st***** sulla punta della lingua ma non poteva dirla perché c’ero io.

Così negli ultimi mesi sono cambiate parecchie cose. Mia madre ha costretto mio padre a lasciare lo studio odontotecnico: per anni hanno lavorato insieme con altri soci nello studio alle porte del centro, adesso mio padre ha aperto un nuovo studio non troppo distante da lì, ai piedi dei colli bolognesi, molto più grande e moderno. Mia madre ha assunto due nuovi segretari part time: Lorenzo e Maria. Entrambi studiano all’università e si alternano con gli orari, mia madre mi racconta che a volte arrivano con occhi rossi rossi, secondo lei fumano delle gran canne. Dal loro arrivo è come se lo studio avesse cambiato atmosfera, più giovanile e rilassato. Con loro mi diverto molto.

Papà se ne è andato da casa, la sua macchina non è più nel vialetto all’ingresso, Satie non abbaia di felicità quando avverte il motore salire per la salita che arriva a casa nostra, mia madre dorme da sola in un lettone troppo grande e a volte, nel silenzio della notte, avverto dei singhiozzi solitari come lamenti di un gattino abbandonato e mi chiedo se sia lei che piange perché è sola.

A scuola tutti i miei compagni dicono che avere i genitori separati è una figata; all’inizio è dura, poi ti abitui: regali doppi, un sacco di gite in più, coccole in più, regali dai parenti, dalle maestre, regali dai nuovi compagni dei genitori. Mia madre dice che non bisogna essere materialisti, io non sapevo cosa significava, e allora lei mi ha detto di cercarlo sul dizionario. Visto che non abbiamo dizionari in casa, l’ho cercato su wikipedia che facevo prima. Se ho capito bene il materialista è “uno che crede che l’unica realtà sia la materia”. In pratica è contento solo se gli fanno dei regali di tipo materia inanimata. A me il regalo più bello che hanno fatto è stato Satie, la mia labrador, solo che adesso è triste perché le manca papà e adesso che lui non c’è lo cerca sempre con gli occhi.

Mio padre non se la passa male. E’ andato ad abitare in una megavilla con piscina nascosta in un parco su un colle, e vive con la sua nuova compagna, Eugenia. Eugenia è la segretaria che lavorava prima allo studio, e la stessa donna con cui una volta ho visto mio padre in una posizione strana, la stessa volta in cui mi aveva promesso di non dire niente, ed infatti io non l’ho mai fatto fino ad adesso. Eugenia è una ragazza molto giovane, mia madre quando parla con le amiche che la vengono a trovare, dice che è davvero trendy. Anche questa parola me la sono andata a cercare e, se ho capito bene, significa che è “una persona che segue le mode”.

Per quanto mi riguarda mi sembra una di quelle ragazze che si vedono nelle riviste per femmine: occhialoni da sole, short corti sfilacciati, capelli lucidi sempre stirati, mi chiedo come possa una così essere al mattino appena sveglia e se esiste anche in altre versioni.
Ma soprattutto mi chiedo: cosa c’entra con mamma? Mamma ha i capelli fulvi, ricci e marroni con striature,  le rughette frontali anche quando non è arrabbiata,  la pancetta morbida perché dice che “non sa dire no al carboidrato”, un sorriso grande e bello, tutte le donne gli hanno sempre detto che sembrava quell’attrice americana, la Julia Roberts. Al confronto Eugenia sembra nuova, come una macchina appena comprata, bella,…ma ancora priva di vita e di storia.
Mamma definisce Eugenia quella “puttana”.

Ogni due settimane trascorro il weekend a casa di mio padre, Felicidad, la governante sudamericana mi ci accompagna il sabato dopo scuola e mi riviene a prendere la domenica sera; ogni singola domenica sera, appena entro in casa, mamma viene in camera mia ed inizia il terzo grado.
“E dimmi come è il pavimento? Hanno fatto il parquet? Hanno lo stucco veneziano?” Molte cose io proprio non le so, ma ogni risposta, seppur vaga, è una conferma alla sua teoria: “Eugenia è una povera ignorantella in fatto di arredamento” e  “Quella casa deve essere assolutamente kitsch”. Io non so che significhi, allora me lo vado a cercare su wikipedia e se ho capito bene, kitsch è “qualcosa di cattivo gusto, qualsiasi oggetto la cui forma non derivi dalla funzione”. Il che mi ha fatto pensare ad Eugenia, che ha una forma esterna perfetta, ma serve veramente a poco. Vi faccio un esempio.

Eugenia non nuota nell’enorme piscina che papà ha fatto installare, galleggia un paio di minuti senza bagnarsi i capelli perché “se no si rovinano”, Eugenia non guida su a casa di papà “Scherzi? Con quella salita rischierei di uccidermi”, Eugenia non cucina “Il massimo che so fare è la carbonara” ammette, Eugenia non mangia neanche. La governante di papà, Felicidad, sudamericana proveniente dalle favelas, ha imparato oramai che deve portarle solo il minimo indispensabile. “Odio vedere cibo sprecato” dice. E così io mi becco doppia razione.

Quando racconto questi dettagli a mamma, mamma ride e sembra contenta. Allora li esagero, così ride di più.
“Eugenia non sa nuotare!” mamma ride e poi si incupisce “Ma Dario ha sempre adorato il mare!” dice.
“Eugenia l’altro giorno è scivolata sul tacco 12 sul marmo in cucina!”
“Quella scema!! si mette i tacchi in casa?” ride, e poi “ Ma così sarà più alta pure di Dario”

Da quando ha scoperto che Eugenia corre tutti i giorni, và di corsa fino al santuario di San Luca. Dice che è grassa e si deve rimettere in forma.
“Dì ciao a questa pancia Edo, che mamma si rimette in forma!” dichiara.
Dice che avrò una mamma nuova. Io non ho detto niente, perché a me piace così come è, ma lei non si piace. E poi a scuola mi hanno detto che quando una donna ti fa domande sul suo stato fisico, è meglio evitare di rispondere. Piuttosto fingiti morto, mi hanno detto.

Dopo mamma, ha incominciato pure mio padre, Dario. Per dimostrare il mio distacco nei suoi confronti, lo psicologo dice che è una cosa comune, ho iniziato a chiamarlo per nome. All’inizio non ha gradito, anzi, era arrabbiato, poi si è rassegnato e, anche se so che ancora gli dà fastidio, quando mi sentirò di richiamarlo papà, me ne accorgerò, o almeno così ha detto lo psicologo, il Beretta.

“Mamma và a correre a San Luca?” chiede preoccupato.
“Tutti i giorni, Dario” confermo.
“E dove lo trova il tempo?”
Poi torna sui suoi libri, seduto nel giardino enorme della sua villa, si tuffa in piscina, fa alcune bracciate ed esce.
Torna alla carica “Ma perché deve fare una cosa del genere, dico io”
“Dice che deve dimagrire, Dario”

Scrolla le spalle e si asciuga il petto lanciando un’occhiata ad Eugenia, sdraiata a prendere il sole mentre si controlla qualcosa di fondamentale nel retro coscia. Mi guarda senza dire niente e torna a studiare sbuffando un “ Ma pensa te”. Non sembra felice, nonostante la villa e Eugenia.

Poi succede che la mamma ha un appuntamento. Non fa niente per nasconderlo, lo dice apertamente, perché vuole che “siamo onesti l’uno con l’altra, non come ha fatto quello st***** di tuo padre” dice.
Quella sera la aspetto sveglia a guardare la televisione e a mangiare schifezze mentre la baby sitter, Nadia, continua a fare cenno di no con la testa, preoccupata.
“Quando ti scopre tua madre” non fa che ripetere.

A mezzanotte e 30 è già a casa, arriva in sala e ci vede sul divano, svegli tutti e due come in attesa del nuovo anno. Ci guarda stupita, come se fossimo noi ad avere qualcosa da raccontare.
“Che succede?” chiede spaventata.
“Il signorino non vuole dormire” inizia Nadia in tono lamentevole alzandosi in piedi per giustificarsi andandole in contro.
“Come è andata, mà?” chiedo. Mia madre spalanca gli occhi, arrabbiata. “Non sono cose che ti riguardano! A letto!”urla.
“Ma hai detto che dovevamo essere sinceri l’uno con l’altra” grido correndo verso la mia stanza “Vai A LETTOOOOOO!” mi urla dietro allungando tutte le O.
Qualcosa mi dice che non è andata bene.
Quella notte la sento piangere, e per la prima volta, sento una sensazione di vuoto, e credo proprio che il Beretta lunedì mi dirà ragazzo, hai infine conosciuto la tristezza.

In questa guerra tra le parti si combatte sui materiali: chi ha il pavimento in marmo, chi ha speso di più per il lampadario, chi fa le vacanze più costose, chi ha guadagnato di più questo mese. Sono così stanco di tutti questi giochi che l’unica compagnia che ricerco è quella di Satie, solo lei dà senza chiedere, e l’unico materiale di cui le importa sono i croccantini.

Il Beretta mi ha chiesto di ricordarmi i momenti felici, così, a volte, quando sono a letto, ricordo momenti di un passato lontano, piccole scene come di teatro. E ce ne è una, solo una, che più mi rende felice e triste al tempo stesso.

Faceva caldo, in città il caldo era opprimente, mio padre si alzò e disse “Andiamo al mare!” Mamma accettò e partimmo. Io avrò avuto 5 anni, passammo una giornata serena a ridere e a giocare sulla banchina di Cervia. Era un domenica di fine agosto e nessuno aveva voglia di tornare in città, ci fermammo a un chiosco per rinfrescarci e mangiare la famosa piadina romagnola prima del rientro che si sarebbe prospettato lungo. Nonostante fossero le nove di sera c’era ancora luce e si respirava un’aria di libertà e serenità.

Ad un certo punto mamma e papà si erano messi a discutere: c’era un uomo seduto con una signora a qualche metro da noi che fissava mamma insistentemente. Papà si era parecchio ingelosito  e così  con un balzo si era alzato ed era andato dall’uomo e, con un sorriso, gli aveva detto “Sì, lo so,… è bellissima, per questo l’ho sposata”. Mamma si era imbarazzata e anche un pò commossa, il signore si scusò dicendo che in realtà la fissava perché era sicuro di conoscerla, ed infatti venne fuori che erano cresciuti nella stessa via durante l’infanzia, tanti anni prima. Mio padre si prodigò in mille scuse e tutto fu risolto.

In macchina sulla strada del ritorno, dal mio sedile posteriore, vidi gli sguardi affettuosi di mia madre su di lui “Il mio uomo coraggioso” gli ripeteva accarezzandogli la nuca e ridendo. “Il mio eroe!”
Papà rideva, mamma rideva, io ridevo pur non capendo. Il sole scendeva e noi eravamo una famiglia felice che rientrava a casa stanchi dal sole.

Adesso si odiano…eppure un tempo, ne sono sicuro, loro si volevano bene.

 

 

 

 

 

La triste storia del maratoneta Filippide

La triste storia del maratoneta Filippide

Corre, Filippide. Corre da ore.
Da quanto, non lo sa dire. Sa solo che deve correre, ormai non è più cosciente di altro. Deve andare a casa, ma non riesce più nemmeno a sillabarlo il nome di C A S A. Gli sembra di correre da sempre, per sempre, su un terreno che nemmeno vede e sente più. Ce li ha ancora i piedi? Se sono quei cosi che si muovono e paiono procedere a passo di lumaca sotto di lui, allora sì. Che sta facendo? Deve stare lucido, ha imparato quelle parole a memoria, dentro di sé lo sa che deve fare, ma sta perdendo la speranza.
Se solo avesse saputo, se solo avesse avuto il coraggio di dire NO, adesso non si troverebbe in questa situazione. Ma come avrebbe potuto trasgredire ad un ordine del suo stratega? Che avrebbero pensato di lui gli altri opliti? E gli Dei? Quale sarebbe stato il loro insindacabile giudizio? E’ risaputo che non si può mentire agli Dei.
Queste ed altre motivazioni spiegano perché, hic et nunc, Filippide corre e corre a sua insaputa ininterrottamente da quasi 4 ore.
Ma facciamo un salto indietro nella storia, e cerchiamo di capire cosa è successo.

490 a. C.

Correva l ‘anno 490 prima della venuta di Cristo, una data storica in tutti i sensi.
Nella piana di Maratona, gli Ateniesi, accompagnati con le tribù alleate, erano riusciti ad avere la meglio sui Persiani del grande condottiero Dario. Ai tempi andava così, non si andava molto per la sottile, quando c’erano degli asti fra popoli di provenienza diversa, le alternative erano poche: o alleanza o guerra.
E così guerra era stata.

Le falangi persiane non erano stato in grado di respingere la dirompente quanto inaspettata carica ateniese giunta dai lati, e l’urto era stato, per loro, devastante.
Gli scudi color del mogano, insieme con le lance dall’acre retrogusto di metallo, avevano cozzato gli uni con le altre, creando, seppur per breve tempo, quel sottofondo musicale che accompagna ogni battaglia come fosse una danza. Secoli dopo questo scontro verrà definito “un’accozzaglia polverosa di metallo, dentro carni ed ossa”. E così era stato.

Sebbene la durata fosse stata solo di 3 ore, non si era risparmiata violenza. Dopo aver messo in fuga gli ultimi nemici ed essersi impadroniti delle loro triremi[1], dopo aver raccolto e contato i deceduti, e aver onorato, come prassi voleva, gli Dei per l’esito benevolo della pugna, ecco che i Greci avevano cominciato a ritirarsi.
La battaglia era vinta, ce l’avevano fatta. Era giunto il momento di annunciare infine la vittoria ad Atene. E solo uno, fra i tanti opliti stanchi dopo la battaglia, poteva essere abbastanza coraggioso, determinato, e, forse, anche un pò folle, per accettare di portare il messaggio a casa.
E quel folle era stato proprio lui, Filippide.

Ma perché fra i tanti, toccò proprio a lui questo beffardo destino?
Era rinomatamente noto che Filippide fosse un emerodromo[2], ma in realtà, per nascita, era “solo” un oplita[3], un combattente della prima linea, e nemmeno di quelli più bravi, per giunta.
Quel giorno a Maratona, Callimaco, il loro amato polemarco, aveva perduto con valore la vita in battaglia, cosi era stato Milziade, che di quella battaglia ne era stato l’oscuro stratega, ad avvicinarglisi con sguardo sornione, chiedendogli di recare il messaggio ad Atene.
Filippide, lo sguardo ancora velato dalla patina di sangue dei molti nemici uccisi, la lancia spezzata stretta forte ancora carica di adrenalina nel pugno, non poté che accettare, orgoglioso e fiero, nella sordità del post guerra, quell’ordine giunto dallo stratega in persona. “Si, certo mio capitano!Recherò il messaggio, parto subito!” Esclamò carico di furor bellico.
Cosi, senza pensarci due volte, Filippide, aveva iniziato a correre.

Ma solo adesso, sotto al sole afoso che sembrava soffiare in piena libertà nella volta celeste, sotto a quello stesso cielo dove gli Dei lo seguivano beati, Filippide, che ancora correva e correva, solo adesso, dicevamo, il nostro coraggioso oplita, giunto quasi alla soglia del 17esimo kilometro stava ragionando sulla forse improbabile riuscita di questa impresa suicida.

Il sole gli sbatteva sul capo, persistente e crudele, non consapevole della tragedia che si esauriva sotto i suoi raggi. La gente dei villaggi lo aveva applaudito e accompagnato per molti chilometri, e lui non aveva fatto nemmeno caso al tragitto.
“Abbiamo vinto” aveva urlato felice ai quattro venti, sorretto dagli sguardi orgogliosi dei passanti.
Ma questo succedeva qualche chilometro fa, quando l’adrenalina ancora era potente nelle sue vene. Adesso invece di altra natura erano i suoi pensieri.
Si stava domandando infatti perché, fra i numerosi baldi giovani fra cui avrebbe potuto scegliere, Milziade avesse scelto proprio lui.
Sì, ok, era vero che si era distinto in qualche gara domenicale di corsa, ma non era di certo il migliore degli atleti, suvvia! Per esempio lui, a differenza di Mitilo da Perendrione, detto Mitilone dagli amici, non aveva mai partecipato ai giochi olimpici.

Ogni volta che nell’agorà si era imbattuto casualmente in Mitilone, lo aveva trovato intento a pavoneggiarsi di aver partecipato svariate volte sia al Diaulos[4] che al Dolichos[5], vincendo sempre, ogni competizione. Tsè, figuriamoci.
Lui non sapeva nemmeno che fosse il Dolichos, anzi, aveva sempre pensato fosse un dolce composto con miele e noci. Scoprire che era una tipologia di gioco olimpico l’aveva alquanto disorientato.
Sua moglie ancora gli ricorda con orrore quando tentò l’hoplitodromos[6] in sala da pranzo. Quella maledetta lancia gli era finita tra le caviglie, lui aveva perso l’equilibrio ed era finito direttamente sul vaso antico eredità famigliare tramandata dalla bisbisnonna, quello con il motivo a poligoni dorati e neri, il suo preferito! Fu un errore imperdonabile.
La moglie non aveva retto il colpo: si era chiusa in un mutismo generale e assoluto, addirittura si era concessa il lusso di negarsi ai doveri coniugali, solo per fargliela pagare. Almeno lui aveva appreso la lezione e non aveva più tentato tali acrobazie all’interno delle mura domestiche.
E poi beh, anche nella lotta libera non è che si fosse mai distinto particolarmente, di costituzione era magrino, a differenza di molti efebi che si riempivano di miele degli Dei per aumentare la massa muscolare, quel genere di persone che frequentavano i salotti filosofici riempiendosi la bocca di parole inutili e pretenziose, quelli che vedevano un significato intrinseco in ogni cosa, anche nel porta sapone.
Sti intellettuali di ambigue preferenze…

Ma Filippide corre, per adesso gli riesce. Ed ancora inconscio di quello che comporterà la sua eroica vicenda, suda tutto ciò che può sudare sotto la sua armatura di metallo che ancora porta addosso.
Certo lui non può sapere che il suo nome verrà ricordato negli Annali come il primo maratoneta al mondo. Il primo uomo nella storia ad aver percorso correndo la distanza di ben 42 kilometri e 195 metri. Mica briciole. Che ne può sapere, lui? Che anni, lustri, secoli dopo la sua veloce presenza sulla terra, a Londra, New Mexico, Tokyo, Casalpusterlengo, Berlino, Madrid, a Parigi, da tutte le più importanti metropoli fino ad al più sperduto paesino di provincia, ogni domenica, si sarebbe tenuto un evento in onore della sua memoria? La sua, e di tutti quelli che, ugualmente pazzi e scellerati, decidono di correre 42 kilometri. Ovviamente, non può sapere.

Però lui, ignaro, continua a correre. Corre inseguendo l’ultimo rivolo di sole, la parte finale del braccio steso di luce rossiccia che si sfuoca diventando un sol uno con il cielo. Dove andrà quel maledetto astro? Apollo, con il suo carro, lo porta a dormire, lui di questo è certo. Perché anche se sono immortali, anche gli Dei ogni tanto hanno bisogno di riposare. Domani, all’alba, di nuovo proietterà generosamente le sue luci per noi mortali, e noi potremmo ancora, magicamente, godere del suo calore.
Ma adesso corri, Filippide, corri come il vento! I tuoi concittadini sono in ansia mentre aspettano notizie della battaglia.

Cosa avranno fatto alla piana di Maratona? Quale sconosciuta e scura divisa dovremo aspettarci comparire all’orizzonte? Dovremo noi, cittadini liberi, un giorno, sottometterci a qualche altro popolo di barbari? Giammai! Siamo nati liberi, che diamine! Presto, sgozziamo un altro vitello per sicurezza!

Filippide corre ed intanto il sudore si trasforma in sale, sulle sue tempie bollenti. Piccoli grumi argentei iniziano a sedimentarsi ai lati del suo volto, secco e disidratato.
È stato così concentrato ad appoggiare un piede dopo l’altro, che solo adesso, si rende conto che darebbe qualsiasi cosa per un sorso d’acqua, anche breve, solo una goccia sarebbe sufficiente. Poggiata sul suo palato, che arriva giù, dritta in gola.
Quanto mancherà a destinazione? Come può saperlo? Quando aveva risposto prontamente al suo generale: “Non si preoccupi, conosco benissimo la strada!”, aveva detto per dire.
All’andata infatti avevano scelto un percorso diverso, passando dalle montagne, e, accompagnato dalle facezie, dalle scorreggie e dalle chiacchiere dei compagni d’arme, non si era fatto davvero un’idea dettagliata della distanza.
Il sole ormai è sparito dietro alla cresta di montagna più alta, mangiato all’orizzonte da un colore monotono, impossibile da definire. La luce del crepuscolo, quel grigio misto azzurrino che sembra appoggiarsi alle cose come una coperta temporanea, quella luce, gli ricopre ora gli occhi come un velo.
Certo, forse, adesso, magari chissà, considerando la stanchezza, quasi quasi l’elmo me lo tolgo, valuta l’emerodromo.
Timoroso, quasi scandalizzato, dal pensiero stesso di privarsi della sua stessa armatura, specie con quello che gli è costata…

Ma, alla luce dei fatti, alla fine di questa avventura, quando arriverà infine ad Atene smagliante per annunciare la vittoria, cosa conterà aver perso o meno un elmo, quando verrà omaggiato con una armatura di metallo nuova e splendente? Già,… che conterà? Quando potrà sentire finalmente in bocca il sapore vivo, fresco dell’acqua, o quello inebriante del vino?

E più ci pensa, e piu ne sente la mancanza. Quanto vorrebbe davvero sentirla, tra le labbra, la sensazione dell’acqua.
Forse se potessi bere, forse, non sarei così stanco…
E, giunto a questa considerazione, coglie al balzo l’occasione per rimuovere infine l’elmo. Sa che gli Dei non lo giudicheranno bene, ma sa anche che loro sanno come sono andate le cose alla piana. Gli Dei sanno tutto, gli Dei vedono tutto. Lui era nella prima falange, che diamine! Ares in persona può testimoniare che la sua spada ha roteato tra gli scalpi dei persiani, di sangue non ha mancato di versarne, e, insomma, il suo tributo alla sua città, Filippide di Atene, lo ha dato.

Quindi, ecco…l’elmo viene buttato a terra, lanciato con ciò che gli rimane di forza nelle esili braccia. Lasciato alle spalle sul sentiero appena battuto dai suoi passi.

Oh come si respira bene, allora è questo…respirare…

Ora sì che può portare a termine gli ultimi metri fino a casa, perché  Filippide è convinto che non manchi tanto, non può mancare tanto, perché, va bene tutto, ma qui la situazione comincia a diventare pesante.
E lui corre e corre. I suoi piedi seguono il percorso, passando tra falsi piani, saliscendi, salutando luoghi e villaggi più o meno abitati.

Del sole non è rimasto infine niente, l’ombra inizia a dominare sul suolo terreno.
Un altro pensiero, questa volta ardito, scivola nella mente del nostro emerodromo.
Perché non privarsi anche della corazza? Forse la corsa ne gioverebbe. Certo avrebbe potuto pensarci prima, ma l’onore del proprio ruolo e del proprio credo militare, vanno prima di ogni cosa.
Nella foga del momento, non l’aveva preso in considerazione.

O Dei, voi che sapete tutto, voi che vedete tutto, consigliatemi infine: sarà cattivo presagio se rimuovo infine anche la corazza?
E già che ci sono, anche schinieri e, vabbeh dai, anche lo scudo?

Il suo sguardo corre alla volta celeste, là dove risiedono coloro che tutto sanno. Ma dal cielo, plumbeo, nessuno manda segnali chiari e univoci.

Lo prendo come un sì!

Si dice Filippide, e, fermandosi il tempo necessario, rimuove infine tutta la ferraglia che piomba sullo sterrato riempiendo di rumore metallico il laconico silenzio della sera.
Non ha il coraggio di voltarsi indietro, non può permettersi di perdere un minuto di tempo in più, il nostro Filippide. Ora deve correre, più veloce, più arditamente. Ora che si è privato dell’armatura, non ha più scuse ne limiti. Dai, bello, vai!
Ma non ne ha più, le sue gambe sembrano radici, radicate a quel terreno, non hanno più energia per staccarvisi. Se solo Eolo, dio del vento, gli prestasse le ali, solo per alcuni minuti, le potrebbe mettere ai piedi e librarsi a confine tra terra e cielo per recare il prezioso messaggio.
Ma Eolo non sembra curarsi di lui, e dei suoi piedi, ora doloranti e bruciati dallo sforzo e dalle vesciche appena formate.

Dopo un tempo che sembra infinito, trascorso tra alti e bassi emotivi, giunto al 30esimo kilometro, Filippide và incontro a un down psicologico considerevole.

Non ce la farò mai. Morirò di fatica prima di compiere la mia missione. Dei, perché mi avete abbandonato? Forse che ho aizzato le vostre ire quando mi rimossi l’armatura? Forse che avrei dovuto bere meno vino all’ultima Panatenea[7]? Forse ho esagerato anche con le costolette di maiale. Ma che ve importerà di quegli animali, voglio dire, se gli avete mandati in terra perché noi ce ne potessi sfamare? Giuro che sacrificherò al tempio un agnello per ognuno di voi. Conosco una signora al mercato che vende degli agnelli speciali, giovani, di carni tenere, una bontà. Certo meglio da portare alla bocca che da sacrificare, ma comunque sia, lo farò, lo giuro, ma perdonate la mia euforia momentanea.

Filippide sta attraversando il classico muro dei 30. Un momento cruciale per ogni runner durante una maratona. Solo che lui non lo sa, non ha idea alcuna che gli mancano ben 12 km a finire, perché, se lo sapesse, potrebbe morire all’istante.
Gli stanno cedendo i muscoli, ha bruciato tutti i grassi, le riserve di anni nascoste da qualche parte del suo organismo, ha esaurito i carboidrati, non ha più niente da usare come carburante, quindi adesso solo la testa può guidarlo fino al traguardo.

Il sole lo ha abbandonato, ora solo una pallida luna gli getta una luce parziale sul suo cammino. E anche se la temperatura fortunatamente si è abbassata di parecchio, una leggera brezza gli contorna il volto, che unitasi al sudore, gli provoca impercettibili tremolii per tutto il corpo. Rischia l’ipotermia, ma anche di questo non ne è consapevole. Anche perché ai tempi non era ancora stata conosciuta, sebbene la parola sia greca, beffardo il destino.

Gli ultimi kilometri sono una tortura, da tutti i punti di vista. Il terreno è migliorato perché è in piano, ma Filippide ha rallentato il passo talmente tanto che, se ci fosse quella tartaruga di Achille, lo supererebbe impennando e con tanto di pernacchia.

Poi, ad un certo punto, il suo sguardo coglie qualcosa. Forse si sbaglia, forse la luce notturna lo inganna, ma questi ulivi, questa strada…Filippide alza il viso esausto, completamente congelato e, all’orizzonte, illuminata dalla luna, riconosce nitida proprio lei: l’Acropoli.

O Dei, maledetti Dei, volete mandarmi un segnale della vostra presenza almeno adesso? Ditemi che quella è la mia città!!

Ma dalla volta celeste ancora non viene mandato nessun segnale, nemmeno una brezza leggera.
Deve essere quella, deve, perché Filippide sta perdendo le forze, la sua bocca è arida come la pietra esposta al calore durante le ore di sole in estate, i suoi piedi, bucati, bruciano, i suoi muscoli tesi, legnosi, come corde di violino a fatica si muovono uno sull’altro. Gli rimangono solo gli occhi. Ma ha fatto tutta questa strada, lui deve arrivare.

Avvicinati Filippide, aspetta ad esultare, aspetta, ricordati quello che recitava sempre il pensatore e filosofo Jacopone di Ghiros al Tempio di Apollo sulla facilità con cui solo i folli si illudono.

Ma sì, ma sì, è proprio lei, è Atene!

Filippide non crede a quello che sta vedendo: sta per entrare in città!
E’ arrivato, ce l’ha fatta!
Le strade sono le sue, riconosce la casa di Macarenos, Poliendros, Vulcarios, tutti i suoi amici di scuola, e adesso compagni d’arme.
E’ arrivato!

Oh Dei, grazie! Grazie! Scusate se ho dubitato di voi, è stato solo un errore temporaneo, mai, mai mi permetterei di mettere in discussione la vostra immensa grandezza e bontà!

Ora Filippide è pieno di gioia, una gioia che non sa contenere. Corre trascinandosi verso la piazza sperando o di incontrare qualcuno, qualsiasi persona a cui poter recapitare il messaggio. Ma è notte fonda ed in giro ci sono solo mendicanti e pecore stanche.

Dei mei, ..è stata durissima, è durata un’eternità, ma ce l’ha fatta, ce l’ho fatta!

Mancano pochi metri alla piazza, Filippide non sente più distintamente nessuna parte del suo corpo, una volta consegnato il messaggio, prenderà subito da bere, una coperta e poi dritto tra le braccia morbide e bianche dell’amata consorte.
Le sue gambe vanno da sole… Non sente rumori, vede a malapena.
C’è una piazza e un gruppo di persone che si volta a guardarlo, come se lo stessero aspettando.
“E’ Filippide!” esclama qualcuno.
“Filippide, caro vecchio Filippide! Che è successo a Maratona?!” chiede un anziano.
“Fatelo bere prima, non vedete che è assetato?” suggerisce un altro.
“Dell’acqua presto!”
Filippide non è mai stato così felice, così orgoglioso di sé.
E’arrivato, ce l’ha fatta.

Si accascia a terra e viene raccolto da braccia altrui, qualcuno gli porge dell’acqua da una brocca e lui beve avidamente, qualcuno lo avvolge in una coperta.
Che bella sensazione…L’acqua, la coperta…
Non si è mai sentito così male e bene allo stesso momento.

Quando si sente un po’ meglio, infine prova a parlare.
“Sta per dire qualcosa!!”
“Narraci, narraci!!”
“…Neni…”farfuglia lui. Una luce brillante all’incrocio degli occhi che viene verso di lui, una sensazione crescente di beatitudine.
“Che dice? Non capisco”
“ Nenich..”
ci riprova. Ma le forze lo stanno abbandonando, la bocca stessa non sente più sua.
“Filippide, parla greco, non si capisce sennò” sussurra qualcuno.

E in un ultimo, estremo sforzo, Filippide pronuncia la parole che si era ripetuto in testa dall’inizio della sua avventura:

“Nenichénnamen” (abbiamo vinto)

E la sua anima lascia per sempre questa vita terrena.
Con onore e orgoglio, dopo aver percorso senza volerlo 42 kilometri, Filippide chiude gli occhi e muore.

Gli anziani, basiti, lo guardano morire fra le loro braccia.
Si raccolgono attorno al corpo esausto.
Atene ha un nuovo eroe.

[1] Tipologia di nave greca che utilizzava tre file di rematori
[2] Nell’antica Grecia l’emerodromo era un portatore di messaggi
[3] Nell’antica Grecia, soldato della fanteria pesante
[4] Il Diaulos era una gara di corsa di 370 mt., il Dolichos una gara di resistenza
[6] Letteralmente, gara con le armi
[7] Tipica festa greca

A.A.A. Anima gemella cercasi

Anno 3.025-Many years laters after China’s invasion*

Io con l’amore non sono mai andato d’accordo. Ogni volta che lo incontravo per strada, mi evitava, quando lo salutavo con enfasi non ricambiava i miei sguardi, quando lo cercavo non era mai in sede, non mi rivolgeva mai parola neanche quando eravamo nello stesso pensiero, mi guardava storto, si corrucciava tutto, insomma, ogni volta che provavo ad avvicinarmi a lui, faceva di tutto per scansarmi.
Nella mia vita, lo ammetto, ci ho provato con donne di ogni razza e di ogni specie, ne ho avuto centinaia, ma che dico, migliaia!
Ogni mia storia iniziava con Idillio, se ne stava sempre fra di noi, il bastardo,…ci coccolava e ci animava le giornate, ci regalava fiori, ci  portava fuori a cena, ci  faceva flirtare come dannati, poi, dopo in genere qualche mese, la storia finiva con Amarezza. Amarezza rovinava tutto, saltava fuori nel mezzo di una cena intima, non appena sentiva l’odore minimo di uno screzio, era sempre pronto ad uscire da dietro all’ angolo…e dopo di lui, quell’altro grande simpaticone di Delusione. Il must, il classico di Delusione era apparire sempre alla fine di un amplesso amoroso, seduto sulla sponda del letto, con le ginocchia incrociate, ci guardava fisso e faceva ripetutamente segno di no con la testa: “Non ci siamo eh?”. “Ehhhhh” e sbuffava: “Lo SA. PE. VO.” Concludeva, e mi lanciava sguardi carichi di compassione a me e alla partner del momento, la quale, ovviamente, si rivestiva infastidita e di corsa scappava dal cocente imbarazzo al quale si sentiva ingiustamente sottoposta.
Ma la mia sconfitta personale più grande fu quella con la donna invisibile. Era una ragazza stupenda, bellissima, a me non sembrava vero di avere una ragazza così a mano, non vedevo l’ora di uscire per farla vedere a tutti i miei amici, parenti, serpenti, esseri ctoni e del mare;  eppure…quel piccolo,  insignificante, minuscolo  dettaglio dell’ invisibilità, faceva sì che fosse  impossibile farla conoscere agli altri. La gente si ostinava a non volerla vedere e a non voler credere che stessimo insieme! E io, che la vedevo, che la percepivo con ogni mio senso, non concepivo come fosse possibile negare la vista di una cotanta beltà.

La peggiore volta che mi ricordo fu la prima cena a casa dei miei. Le chiesi se le avrebbe fatto piacere conoscere la mia famiglia, lei non ebbe il coraggio di dire niente, ma il suo sorriso timido e felice, mi diceva che sì, sarebbe venuta.  D’altronde anche i miei erano assai curiosi di scoprire chi era la donna che mi si accompagnava da ormai bene dieci lunghissimi mesi. Ma fu peggio di quanto prevedevo. Mia madre le versò una terrina piena zeppa di melanzane fumante sui capelli, prolungandosi in mille scuse a metà tra il riso e il serio, sostenendo di non averla veduta, il mio cane, che riusciva a vederla forse grazie all’acuto fiuto tipico degli esseri della sua specie, cercò di montarle ripetutamente uno stinco; il mio trisavolo la investì con la sedia rotelle, fu tutto tremendamente imbarazzante. Fu un continuo di “Mi scusi, signorina, non l’avevo vista” seguite da risatine varie.
E così fui costretto a chiudere anche quella relazione, mio malgrado, troppi sbeffeggiamenti, troppe risate davanti, dietro, di fianco alla sua persona, e soprattutto troppe botte, troppe cicatrici da riaggiustare ogni volta in seguito ad un’uscita insieme.

Dopo la donna invisibile fu il turno di Alexxia.
Alexxia non era male, aveva tutto quello che l’ uomo medio desidera: belle mani, viso delicato, animo sensibile, estremamente ironica, gioviale, stimolante, dannatamente intelligente e intellettuale, aveva assunto un ruolo di responsabilità nell’azienda in cui lavorava, mi piaceva perché era indipendente, determinata e allo stesso tempo conservava una certa freschezza che molte donne della sua età facevano fatica a mantenere sebbene si conservassero in rispettive celle frigorifere per settimane intere con davanti al viso la foto di Cher come memento per gli anni a venire e per la determinazione ever green della raggiunta consapevolezza epidermica.
Ma purtroppo neanche Alexxia piacque ai miei familiari. E solamente per un piccolo ed insignificante particolare, cioè che Alexxia era quella che da noi veniva definita: la donna-rutto. La poverina, piuttosto che emettere i tradizionali suoni gutturali-vocali della gente normale, esprimeva le sue sensazioni, i suoi pensieri solo ed esclusivamente attraverso rutti. Il tutto era causato dalla sua conformazione fisica che era strutturata come una grande sacca di risonanza vuota che si caricava d’aria non appena Alexxia apriva bocca, e quindi, necessariamente, veniva  scaricata non appena emetteva un suono, quindi, come qualcuno osò proporre, neanche una terapia intensiva avrebbe potuto curare la sua disfunzione fisica, di cui lei ogni tanto si vergognava, ma con la quale aveva cominciato a convivere.
La cosa che più la imbarazzava di tutte era che, durante le pause in cui non parlava, l’aria comunque riusciva ad entrarle nel corpo, (non si è mai capito bene attraverso quale buco ma abbiamo sempre creduto dalle orecchie), per cui andava accumulandosi all’interno piano piano. Quando ciò avveniva, e cioè praticamente sempre, la povera Alexxia si gonfiava lentamente tipo pesce palla quando è in procinto di alterarsi, e allora comincia a rendersi più grosso per incutere timore. Succedeva quindi che entravo al cinema a fianco di una bellezza taglia 40, ammirata da tutti, occhi verdi fondo barriera corallina, e, durante la proiezione del film, mi ritrovavo di fianco a una specie di pallone aerostatico che pareva gonfiarsi di minuto in minuto.  La cosa peggiorava se, a quel punto, qualcuno dalla file posteriori cominciava ad urlare: “Ehi, pallone gonfiato, spostati! Non si vede niente!!” A quel punto Alexxia, presa dall’imbarazzo, e per tornare a dimensioni normali, non poteva che tirare fuori l’aria, scoppiando così in un rutto stratosferico che faceva effetto rimbombo per tutta la sala di proiezione e quelle adiacenti. Così, se aveva mangiato un arancio che, mettiamo, era ancora in fase digestiva l’intera sala veniva invasa da un’improvvisa ondata di arancio in decomposizione. Vi risparmio ovviamente, gli insulti, le offese che le venivano rivolti quando ciò succedeva e la gente che, schifata, correva verso l’uscita con le mani sul naso cercando in ogni modo di non respirare.
Mia madre, la prima volta che la invitai a cena, la trovò volgare, mio padre, che le era rimasto seduto di fronte tutta la serata, la trovò irresistibile, rideva ad ogni cosa che diceva, ma, per evitare che li riproponesse per intero tutto il menu della cena via aerea, aveva installato tra lui e lei una pila di libri, dietro alla quale conversava allegramente evitando accuratamente di sporgersi più del dovuto.
Insomma, fui costretto a chiudere anche quella storia, a un certo punto mi ero stancato anche io di dormire di fianco ad un essere che si gonfiava nel sonno buttandoti giù dal letto, e di uscire dalla sale cinematografiche di ogni località a causa dei suoi rutti stratosferici e lo feci anche per miei amici, stanchi di perdere sempre a gara di rutti.

Dopo Alexxia, ebbi due o tre storielline di poco conto. Una mi costò 99 cents, l’altra un euro e venti, ma solo perché erano tempi di inflazione matta e disperatissima, per cui, una cosa che all’una e un quarto la pagavi un euro, quintuplicava di valore dieci secondi dopo. E poi, se ben ricordo, a quei tempi funzionava così: potevi comprare e vendere le tue quotazioni in borsa, e, se sapevi venderti bene, potevi anche crescere di valore. Io per esempio per un po’ uscì con una che era straquotata, mi sembra 15 euro al chilo che, per i tempi era una cifra discretamente buona; ma presto mi stancai di lei, stava tutto il tempo a pesarsi, a gestire le vendite e gli acquisti. “Quanto varrò oggi?” mi chiedeva con l’ansia negli occhi e poi, quando le sue quotazioni scendevano, impazziva: “Guardami! Dimmi che non valgo solo 5 euro al chilo”.
Insomma, era troppo per me. Io cercavo l’amore, quello vero, quello drammatico, quello che ti sconvolge, che ti uccide, che ti ammanetta, eppure persi la speranza, e anche adesso, a distanza di anni, non mi riesce di ricordami dove l’ho messa.

Fu allora che mi decisi a recarmi alla banca Intergalattica delle anime gemelle. Quando ero giovane infatti esisteva questa banca dove bastava iscriversi e dare le proprie generalità, e, nel giro di pochi giorni, ti veniva rilasciata una lista di tutte quelle ragazze che avrebbero potuto essere le tue possibili anime gemelle. Fiori e fiori di ragazze disponibili sparse per l’universo che erano nate, cresciute, allevate, calibrate in tutto e per tutto per essere le anime gemelle di qualcun altro.
Così, presi Coraggio a due mani, anche se me ne sarebbero servite altre quattro, tanto era pesante, e gli chiesi, anzi, lo pregai, di venire con me alla Banca Intergalattica delle anime gemelle.
Lui non si fece scrupoli a dirmi che ero un tremendo vigliacco, a quel tempo infatti, si credeva che ricorrere a questi infidi trucchetti per trovare la persona giusta, fosse una cosa infame, squallida, proprio da anime solitarie, il mio tentativo di spiegargli che era troppo tempo che stavo solo con Me stesso, fu vano. Subito dopo però sorse un altro problema: nel momento in cui mi avrebbero trovato l’anima gemella, avrei dovuto spiegare a Me stesso la profonda motivazione del mio gesto. Cosa avrei potuto dirgli per non offenderlo? Per far sì che non ne avesse a male?
Io me stesso lo conoscevo, lo conoscevo bene, siamo cresciuti insieme e sapevo perfettamente che una cosa così non me l’avrebbe mai fatta passare liscia in nessun modo. I casi erano due: o lo convincevo a venire con me alla banca per l’anima gemella e di tentare la sorte insieme a me, oppure avrei potuto parlargli a tete a tete in maniera molto intima e convincente cercando di spiegargli onestamente come stavano realmente le cose.
Optai per la seconda ipotesi, e decisi di invitarlo ad affrontare questo viaggio insieme.
Inizialmente rimase un attimo basito, poi diventò ragionevole quando cominciai a disegnarli un futuro roseo di noi due insieme alla nostra futura consorte sotto lo stesso tetto. Così accettò e, in una ridente mattina di marzo, uscimmo di casa per andare incontro al nostro destino.

Mi presentai alla banca un po’ intimidito ed imbarazzato, ma sicuro che fosse la cosa giusta da fare.
Due simpatiche e avvenenti impiegate mi accolsero riempendomi di attenzioni e socievolezza.
“Qual è il tuo problema?” mi chiesero.
Io gli raccontai tutto con enfasi, le mie ultime storie andate male, le mie delusioni, i miei fallimenti amorosi in borsa, tutto, mentre me stesso fu molto meno loquace e si limitava ad annuire sconsolato e ogni tanto ad integrare la storia con uno “Che sfigato, eh?”.  Penso che parlai talmente tanto di sfighe che la convinsi, e alla fine decise di prendere le mie generalità per vedere di trovare la mia anima gemella.
Mi fecero un milione di esami, mi scannerizzarono, mi faxarono, mi stamparono, mi fotocopiarono, uscii stravolto ma soddisfatto. “Non si preoccupi” mi dissero “La sua anima gemella è lì da qualche parte, può essere che sia vicino, può essere che sia dentro o fuori di lei oppure, chissà, trilioni di anni luce dal suo pianeta,..”
Sorrisi all’idea..cosa volete che siano trilioni di anni luci rispetto al tutto? Una bazzecola, uno sputo nell’oceano, un neo nel culo di un elefante.
“Aspetti, però, si tolga quel sorrisetto ebete dal volto” Aggiunse poi repentina “È nostro dovere informarla che  può essere anche che sia deceduta o che non esista affatto” disse e qui, strinse le labbra in una smorfia poco promettente, “Nel qual caso” sibilò timidamente  “Nel qual caso significherebbe che lei è destinato a vagare come una povera anima solitaria fino alla fine della sua vita e

NON CONOSCERA’ MAI L’AMORE VERO!!”

…in quel momento apparve Sfiga che, con una manata rapida dove normalmente non batte il sole, ci lasciò un attimo contriti e altrettanto amareggiati.
Ma io ci speravo comunque. Tornai a casa con quello che era rimasto di me: una mano, un sopracciglio, un orecchio, la bocca; domandai alla gentile infermiera che mi aveva fatto gli esami un sacchettino dove poter posare il resto di me e chiesi a Me stesso di portarmi a casa. Nella strada del ritorno non potei elaborare pensieri visto che la testa l’avevo lasciata alla banca, ma con la bocca canticchiai un motivetto e capì, da qualche parte dentro di me, che avevo fatto la cosa giusta.
Dentro mi sentivo felice, anche se in quel momento non sapevo dove fosse, il mio dentro.
Quando apparve Felicità sulla strada del ritorno, Me stesso fu molto saggio: “Aspetta!! è troppo presto, non precorriamo i tempi”, gli disse alzando la mano come per bloccarlo in anticipo in un alt perentorio. Allora Felicità, che era un cordialone, girò i tacchi alzando le spalle, con le mani in tasca, e se ne andò senza Riluttanza, il quale, come al solito, era piegato in due dalla nausea e non gli riusciva di alzarsi dal bordo del vialetto in cui era sdraiato.

Aspettai con Trepidazione quei giorni di attesa. Pensai che l’avrei ucciso: si alzava, si rimetteva a sedere, controllava l’orologio di continuo, poi si rimetteva a sedere, sbuffava, batteva i piedi, si strofinava le gambe, non gli riusciva di stare fermo. Quando squillava il telefono, scattava in piedi: “Chi è??Chi è?!”urlava.
“Chi è chi è?? Rispondi!!” e mi toccava  dappertutto. Anche in quell’occasione Me stesso dimostrò di essere in gamba, e, con Calma e Determinazione, cercarono di tenerlo buono.Fu così che dopo tre giorni mi arrivò una lettera dalla Banca Intergalattica dell’anima gemella dicendo che la mia lista era definitivamente pronta.
Non ci fu verso di impedirlo: Trepidazione volle venire a tutti i costi con me, e anche se non ero molto per la quale, non potevo impedirglielo visto che aveva trascorso con me i giorni dell’attesa, però chiesi a Coraggio e Fermezza di accompagnarmi, perché da solo con Trepidazione non volevo proprio andare. Me stesso mi chiese se necessitavo anche della sua presenza, e io gli dissi “Certo” mettendogli una mano sulla spalla, e in quel momento arrivò Amicizia che chiese di poter essere presente anche lei al lieto evento. Ovviamente non potei negarglielo. Ma visto che Amicizia non poteva sopportare Trepidazione, si fece accompagnare da Fratellanza, che aveva un carattere molto più benevolo del suo, ma non del tutto, tanto che si decise di chiamare anche Indifferenza, per tagliare la testa al toro.
Ci avviammo tutti insieme verso la Banca Internazionale delle anime gemelle. Trepidazione era già lì da ore, aveva già fatto amicizia con tutti, sembrava il re della festa, Fratellanza e Amicizia camminavano silenti parlottando del Più e del Meno, loro amici di gioventù, Coraggio e Fermezza subito dietro, io e me stesso sorridenti a fianco, e, in fondo a tutto il gruppo, Indifferenza con la faccia di quello che non sa dove sta andando né che è in procinto di fare, ma tanto, comunque, non è che gliene importasse più di tanto.
Arrivati, entrammo tutti insieme.
Ci fecero accomodare in sala d’attesa.
“Qualcuno tenga buono Trepidazione, per favore!!” sussurrò Fermezza gettando un’ occhiata feroce a Trepidazione che, dall’ansia, si era attaccato con l’orecchio alla porta dietro alla quale stavamo aspettando il verdetto e si era messo a grattare con un cucchiaio per aprire un tunnel e carpire il più in fretta possibile l’esito dell’esame.
“Io non ci parlo con quello, mi dà i brividi..” disse Amicizia rivolgendosi a Trepidazione.
“Lo so, anche a me, ma qualcuno deve pur far qualcosa,.. quello non si tiene “lo incalzò Fratellanza, pacifico come sempre.
“Ragazzi, basta, state tranquilli andrà tutto bene,…dobbiamo solo pazientare, e anche se non dovessi avere l’anima gemella, pazienza, ..”
In quel momento qualcuno entrò dalla porta: “Mi avete chiamato?”
Era Pazienza.
“Per fortuna che sei venuto! Blocca quello sciroccato!” disse Fermezza indicando Trepidazione che adesso stava cercando di incunearsi sotto la porta sotto lo sguardo corrucciato di Amicizia.
Ma la porta si aprì e ne uscì una delle simpatiche infermiere che mi avevano visitato. Non feci in tempo a dire qualcosa che già Trepidazione le stava addosso prendendola per il bavero della giacca: “Allora?? Qual è l’esito, quale??Narraci!”
L’infermiera ci guardò sconvolta “Calma!..sono qui a posta per dirvelo..”
“Non esiti per carità! Ce lo dica ce lo dica!!” continuava quello e prese a scuoterle i lembi del camice sempre con più insistenza.
“Basta qualcuno lo fermi!” urlarono dalla sala di attesa
In men che non si dica Coraggio e Fermezza gli furono addosso e lo staccarono con violenza da quella poverina che non centrava nulla. Lo buttarono fuori di peso mentre lui ancora lo si sentiva urlare:

“Abbiamo diritto di sapere, il DIRITTOooooooooOOOooo!!”

Lei si rimise un attimo a posto dopo lo spiacevole avvenimento, alzò il viso e mi lanciò un sorriso, dopo però lo rivolle indietro, perché voleva dirmi : “Va tutto bene, l’abbiamo trovata!”
Sospirammo di gioia. Non ero un’anima solitaria, avevo un’anima gemella da qualche parte sparsa per il mondo c’era una ragazza adatta a me, una donna con cui avrei conosciuto l’Amore, con cui poter costruire qualcosa, con cui poter passare il resto della mia vita!! C’era gioia più grande??
“C’è solo un piccolo problema” disse Lei e questa volta la sua espressione si incupì improvvisamente.
Nella stanza cadde il silenzio, lo sentimmo arrivare prima ancora che lo annunciassero. Sbatté le ginocchia e urlò un “Oh Cristo Santo!!” che nessuno avrebbe voluto sentire dopo di ché andò a sedersi in un angolino e non aprì più bocca per il resto del pomeriggio. Non è mai stato particolarmente loquace.
L’infermiera allora continuò, assumendo quell’aria didattica e pedagogica che le si confaceva assai. Recuperò il dominio di sé ed acclamò:
“.. La tua anima gemella è di una razza particolare, si chiama razza Scoparacciola”
Si elevò un UAOH, qualcuno fischiò allupato, qualcun altro mi diede il suo gomito, vollero che battessi il cinque e allora lo battei e lui non la prese troppo bene.
“Fermi tutti!!” disse lei “Ma che avete capito” disse severa.
“Non è come pensate!”
“Cioè?” chiesi inghiottendo litri e litri di saliva, annusando il sospetto che le cose si stessero mettendo male.“La cosiddetta razza Scoparacciola è molto rara, sono pochi gli esemplari ancora vivi, in sostanza prendono questo nome perché la specie femminile ha il costume di mangiare l’uomo dopo
che
hanno consumato
un amplesso amoroso..”

Disperazione, Delusione, Amarezza, Tristezza, tutti apparvero nello stanzino spingendosi l’un con l’altro, incastrati nella porta perché cercarono di entrare nello stesso momento.
Ma come era possibile? Ma perché a me? La donna della mia vita, ..l’unico essere che sarei mai stato in grado di amare veramente.. mi avrebbe mangiato dopo la prima notte d’amore..

In quel momento apparve Sfiga, contento come una pasqua e con un sorriso a 44 denti, ma lo sguardo intimidatorio che gli rivolsero tutti, lo costrinsero ad abbandonare i suoi meri scopi.
“Ho capito” dissi solo, e in quel momento credetti veramente di morire, cercai Speranza, ma non la vidi arrivare, e ancora non mi ricordavo dove l’avevo poggiata, se sul tavolino di fianco alla porta d’ingresso o se SULLA porta d’ingresso.
“Ma come è possibile” dissi rivolgendomi all’infermiera : “Se è la mia anima gemella, perché mi dovrebbe mangiare?”
“E’ una questione psicologica, vede, le femmine della razza Scoparacciola, non possono sopportare di covare il vero amore dentro di loro, sono eternamente divise tra le due forze di amore e morte, dopo che provano l’una, sentono con urgenza il desiderio dell’altra”.
“Va bene” dissi solo, e desiderai fortemente di rinchiudermi nel silenzio, quando Coraggio venne a fianco a me e mi appoggiò una mano calda sulla spalla.
“..Ma non mi importa! “ dissi “Andrò comunque verso il destino, se qualcuno infatti da qualche parte nell’universo ha decretato che quella è la donna giusta per me, ci sarà un motivo no?”
“Beh, vede i casi sono due: o accetta e va a prendersi la sua anima gemella andando incontro ad una morte lenta e dolorosa, oppure manda una bella email di reclamo al customerservice, servizio clienti, ufficio lamentele del destino..”
“Cioè…lei mi sta dicendo che dovrei fare ricorso al destino perché nella mia vita non avrò mai un’anima gemella?”
“Certo che sì, è una cosa normale”
“Altrimenti..c’è un’altra alternativa?”
“Ovvero??” chiesi tremando
“Beh, può sempre rassegnarsi a una vita.. beh, ecco a una vita senza sesso…”Gelo, Paura, Delirio, Rifiuto e Diniego apparvero all’improvviso.

 

COSA HA DETTO????

domandarono in un coro a cappella improvvisato nella sala d’attesa.

Questa osservazione scatenò il putiferio, tutti cominciarono a fare le loro osservazioni a voce alta, a voler dire la loro a tutti i costi, c’era chi tirò fuori il portafoglio e sbatteva in aria i soldi “Fatemi parlare, fatemi parlare!!” “Voglio dire la mia, voglio dire la miaaa”, diceva qualcuno di non ben identificato nella folla. Nel caos pure Trepidazione riuscì ad intrufolarsi e, con la solita aria persa, girava avanti ed indietro per la stanza andando un po’ da tutti a chiedere come sarebbe finita, mentre mordicchiava con ansia le unghie di persone a caso.
L’infermiera portava sul viso i segni della fine della pazienza, ce l’aveva scritto a caratteri cubitali. FINE PAZIENZA Aveva Trepidazione che si era impossessato della sua mano e , mentre le mordicchiava le unghie, le sussurrava nell’orecchio: “Dimmi cosa è successo, ti prego, ti prego…”

E allora lei, scostando in un colpo secco il braccio molto lontano da Trepidazione,  cominciò ad urlare:

NON CONOSCERA’ MAI L’AMORE VERO!!”BASTA!! USCITE FUORI DI QUI!!
e poi venne da me, mi afferrò per un polso e mi disse :“In bocca al..lupo.. eh eh!” e ridacchiò, mentre in una mano mi dava la busta contenente i riferimenti della donna che il destino aveva scelto per me.

Tornai a casa amareggiato, così amareggiato che faceva fatica anche a stare con Me stesso.
“Ti prego, vai” gli chiesi.
“Non vuoi che resti con te? Mando via tutti gli altri” disse.
“No, ti prego, vai, e manda via tutti gli altri, ho bisogno di stare solo”
“Come vuoi” disse. Lui sì che mi capiva.

Mi distaccai dal gruppo e feci una lunga passeggiata prima di fare ritorno a casa. In mano tenevo quella busta che non avevo il coraggio di aprire. Mentre camminavo non potevo fare  a meno di pensare: perché a me, perché non potevo avere l’amore e tutti gli altri sì. Perché? E allora mi sovvennero tutte quelle cose che, nel corso della mia vita, non avevo mai avuto, e che forse mi sarebbe state dovute per destino, per necessità.
Non avevo mai avuto la merendina al cioccolato per tutti i cinque anni di elementari perché mia madre sosteneva che quelle erano le merendine che mangiavano tutti e voleva che io fossi diverso e non mi omologassi alla massa, non avevo mai avuto quella mia compagna del liceo, che l’aveva data a tutti, ma proprio a tutti, che addirittura aveva sconfinato in altre contee pur di darla ad altri, ma, nel tripudio della generosità corporea si era dimenticata del sottoscritto.
Potevo rinunciare alla merendina al cioccolato, potevo accettare che qualcuna potesse non amarmi, avevo rinunciato alle sette porte di Orione, e non avevo mai visto cose che gli uomini non si potevano immaginare, potevo anche rinunciare alle pantofole di lana Merinos, ma potevo rinunciare alla cosa più voluta, al nostro più bene prezioso, a ciò che muove tutto il resto del mondo, al riflesso incondizionato che ci dirige? Potevo rinunciare infine all’amore vero? Quello con la a, la m, la o la erre e la e maiuscole? L’ A M O R E ?

 

 

                ******Fine Prima Parte******

*and GOT is still not finished

Il Giorno in cui Gianni trovò la morosa

Sembra che Gianni abbia trovato una donna. Sembra. La notizia ce l’ha data a bruciapelo, così, …a un certo punto della serata, senza dirci niente, nessun  preavviso di sorta.
Eravamo a berci la solita bionda al solito posto, dal Bavero, e mentre sorseggiavamo parlottando allegramente ruotando intorno ai soliti discorsi che occupano i nostri ragionamenti, lui ha aperto bocca e dalla sua bocca, il mio orecchio l’ha udito, il mio occhio l’ha visto le palpebre muoversi, dilatarsi, ogni mio senso era attivo, insomma, per percepire il percepibile, dalla sua bocca sono uscite testuali parole “Ho trovato una ragazza”.
Ragazza l’ha pronunciato smorzando le zeta come da perfetto bolognese, dopodiché, a frase conclusa, non ha nemmeno avuto il coraggio di gettare un’occhiata verso i suoi vecchi amici.
Sa dit?? “gli abbiamo chiesto in coro. Né il Pincio, né il Rotto, neppure il Bicio, ci hanno creduto. Nella nostra ballotta diciamo spesso che Gianni con una ragazza è la cosa meno quotata dell’universo, ha più probabilità di vincere il campionato il Sassuolo che Gianni di trovare una morosa.
“Ve lo giuro” ha ribadito di nuovo lui che poco ci mancava ci rimanesse, talmente era rosso in viso per l’emozione della sua stessa uscita.
La prima reazione è stata di incredulità. Ho provato a figurarmi la cosa mentalmente ma non mi tornava per niente, Gianni con una figa?? No no, non è possibile, non è possibile per nessuna legge della fisica!
Il Bicio si è alzato in piedi all’ennesima risposta positiva del Gianni alla domanda “Ma davvero hai trovato la topa?”
“Te sei fuooriii” ha urlato.”Cazzo dici?dai…seee non ci credo….!!”
Gianni ha annuito di nuovo, quasi impercettibilmente infastidito “ Ma perché dovrei dirvi una ciozza*?”
“E allora faccela conoscere, questa mignottella” ha ribadito il Bicio alzandosi dalla sedia senza nessun apparente motivo se non quella di rassomigliare al personaggio di  Begbie del film Trainspotting.
Gianni si è alzato in piedi e le sue guance sempre più paonazze hanno sputato fuori un “Non ti permetto di chiamarla mignotta, stronzo!!Domani ve la presento, porca pu…”e per non dire cose peggiori ha girato il culo ed è uscito dal locale, lasciando la sua bionda lì, senza neppure darci un soldo per pagarla.

Dopo che se ne è andato, il Bicio si è seduto sbattendo violentemente la sedia, incazzato senza averne un vero motivo, però in realtà nella sua reazione ci ritrovavamo tutti.
Il Gianni con una donna? è assurdo. Voglio dire…per oltre trent’ anni ha faticato a trovare anche solo una cozza che gli rivolgesse parola, nemmeno un’anima pia che se lo calcolasse, e adesso, tutto all’improvviso, viene fuori che non solo ha una donna, ma ce la vuole presentare e in più è addirittura protettivo nei suoi confronti. Robe da matti…Il punto è, sapete, che Gianni era la nostra ancora di salvezza, il nostro salvagente, quello della cumpa che non si sarebbe fidanzato mai per tutto l’oro del mondo… guardando lui e confrontandoti con te stesso, ti sentivi meglio, voglio dire, ne uscivi con l’ego pompato a manetta, ma adesso che si è fidanzato, che ne sarà di noi?
Beh, dovete sapere che nella nostra compagnia il soggetto donna è sempre stato l’argomento principale. Se avessimo avuto tutte le donne di cui abbiamo parlato: amiche, madri, cugine, semplici conoscenti, bagasce di strada, attrici, modelle, e milioni di altre ancora,  saremmo stati veramente dei bastardissimi Don Giovanni con i fiocchi. Il problema è che, più ne abbiamo parlato, meno abbiamo agito. Insomma, fra le nostre fottute mani, è girata negli anni veramente poca merce,  a noi piace definirci i teorici della grande F.,  più che pratici,  ecco. Ci siamo sempre considerati inconsciamente alla guisa di dottorandi in filosofia teorica della passera, perché, appunto, come i veri filosofi, abbiamo elaborato teorie e congetture logiche intorno al concetto della gnocca, ma da qua a mettere in pratica, quasi mai.
Così quando Gianni se n’è uscito con quella dichiarazione,…non ci ho creduto. Ma il fatto che l’avesse detto…perché avrebbe dovuto dirlo così se non fosse stato vero?

Il problema a questo punto era diventato: e se fosse vero? Gianni ha trovato una donna e costringerebbe noi altri zitelloni di sempre a fare uguale, facendoci sentire delle merde che non ne trovano una neanche a pagarla. Siamo in un bel casino, ho pensato.
Siamo amici da anni, ci siamo conosciuti, come diciamo noi, in Andrea Costa, siamo cinque risaputi cazzoni che passano le loro vite al bar, allo stadio, dal bar allo stadio, a discorrere di calcio al bar, di calcio allo stadio, di donne allo stadio e di donne al bar. Fra di noi è nato subito un feeling spontaneo, ci siamo trovati come un seme cerca nutrimento e lo trova nella terra sottostante, siamo l’uno la terra, il sostegno e il seme dell’altro. Non sappiamo cosa è la vita al difuori della nostra amicizia.
Siamo tutti lavoratori da anni, quasi sembra una vita che siamo entrati nel magico e merdoso mondo del lavoro, il fine settimana però nessuno ce lo tocca, il weekend, come dicono quelli oltre mare, ce lo lasciate tutto. Abbiamo sempre concepito, perché in una compagnia si condividono i pensieri, l’altro sesso, come un passatempo,  come un gioco inter nos,  non come qualcosa da rilegare nell’ambito intimo e familiare. La vera famiglia siamo noi, una donna questo non lo capirebbe né lo accetterebbe, e soprattutto rovinerebbe il nostro equilibrio perfetto. Ci piace dire di noi che viviamo alla giornata, basta vedere il Rotto. Ci sarà un motivo per cui gli abbiamo dato quel soprannome! Il Rotto è uno fuori di testa, non ha una dimora fissa, cioè in verità ha un appartamento ma fra una cosa e un’altra non dorme mai a casa sua. Eppure il Rotto è una bestia innocente, noi lo chiamiamo anche il Gigante Buono, perché la sua stazza è inversamente proporzionale alla sua mitezza. Assomiglia a Mastrolindo, con quei muscoli e quei capelli biondo lacca che si è tinto appositamente una volta per fare il coglione e adesso ne è diventato dipendente. E hai voglia a dirgli che fa ridere, lui dice che non riesce più a vedersi diversamente da così.  Per la sua altezza e per la sua stazza avrebbe potuto fare carriera o nella boxe o nel cinema, ha le stesse misure riportate al maschile di Julia Roberts. Beve come un ossesso, mangia uguale, vive di calcio e di fumetti rubati, ha cambiato non so quanti lavori, a volte scompare per dei giorni poi ricompare come se nulla fosse accaduto. Dove va non ci è dato saperlo, probabilmente non lo sa nemmeno lui. Il Rotto è davvero rotto di testa, ma non farebbe male a una mosca. Ecco…pensate se il Rotto trovasse una donna. Ma la trovasse seriamente. Cioè non una di quelle da una botta e via, una di quelle serie, una di quelle da sposare. Una di quelle che il sabato vuole andare al centro commerciale, e che a San Valentino non te lo chiede, ma spera che tu la porti fuori a cena,  una di quelle che per il giorno prima del vostro anniversario,  fa finta di niente,  ma vuole che te lo ricordi a tutti i costi, e che magari ci scappi anche un regalino,  una di quelle che vuole protezione,  gelosia e insieme anche indipendenza e una certa dosa di fiducia allo stesso tempo, una di quelle che ti accarezza la testa mentre vi state per addormentare sullo stesso divano, alla stessa ora, la domenica sera davanti alla televisione. Pensate la presentazione ai suoceri del Rotto. “Mamma, Papà” dice la Federica di turno, tutta sorridente, “Questo è il Rotto, il mio nuovo fidanzo!”. La madre che lo guarda inorridita, il padre che digita sulla tastiera del telefono mobile il 911 perché sarà sicuramente americano, il Rotto che, prima si scaccola e poi tende la sua manona sorridente ai futuri suoceri che passeranno la loro vita a maledirsi dell’educazione troppo libertina che hanno dato alla loro bambina.
Cavolo, io neanche so parlar d’amore. Le uniche cose che so è come si fa a farlo, ma quello è molto più semplice e non richiede un grande studio.
Ma invece non è così, per Gianni. Questa è una storia seria. L’ho capito dal modo, dal momento in cui l’ha detto, dall’espressione che aveva il suo viso. Nello stesso momento in cui l’ha detto l’ho odiato più di quanto un uomo possa fare nella vita, perché dentro di me, anche se non l’ho fatto notare, sapevo che non stava mentendo. E il fatto di farci sentire delle merde, non è stato proprio carino da parte sua.
In situazioni normali.  se noi fossimo stati cinque ragazze che bevono una birra insieme, un’uscita così avrebbe provocato attimi di gioia incontenibili. Avremmo saltato in aria dalla gioia cigolando di piacere ” Ma daaiiii,  che bello!! Sono troppo felice per teeee” e ancora  ”E chi è??”E’ carino??” ”Quando ce lo presentiii?”
Invece la storia è andata diversamente: 4 cazzoni al bar sentono il loro amico sfigato dire che ha trovato la morosa e gli tirano dietro ingiurie accusandolo di calunnia.

Dopo che il Gianni se ne è andato, dicevo, il suo vuoto ci ha dato spazio perché ragionassimo fra noi, in un tete a tete poco piacevole con la nostra sepolta da qualche parte coscienza, su quelle che potevano essere delle mancanze delle nostre vite. Per un po’ nessuno di noi ha proferito verbo, dispiaciuti, abbiamo continuato a sorseggiare la cara vecchia bionda quasi mossi da inerzia. Avremmo potuto litigare su tutto, ma non su una bionda. La birra, a differenza degli amici, non tradisce mai.
Aleggiava però chiara e definita una strana sensazione. Nessuno era dispiaciuto per la reazione di sconcerto, o perché il Gianni si fosse offeso, ma per ben altro: Gianni se ne era andato, la sua sedia vuota, la sua birra intatta, quasi simboleggiava la nostra condizione di uomini con una grande mancanza nella vita: una donna.
“…Sarà una baldracca” ha detto poi il Pincio per spezzare il silenzio, e da lì abbiamo ripreso la serata da dove ci eravamo interrotti.

Stamattina però mi è rimasto qualcosa sullo stomaco. Come si dice in gergo? Mi frullano le palle. E qualcosa dentro mi dice che è causa della donna del Gianni, questa anonima tipa che è venuta a sconvolgere le nostre placide esistenze da sempre dedicate al celibato.
Non so, il fatto che il Gianni abbia trovato la donna mi scuote in qualche, inevitabile e sottile modo. Già me lo immagino il Gianni…ieri sera esce dal locale, inforca la sua Seat blu elettrico e dopo la  prima curva accelera sui viali di notte, passa l’incazzatura e si appiccica al telefonino per connettersi via etere con quella che da poco è diventata la sua nuova metà di se stesso: “Amore…loro non capiscono, sono proprio stronzi, sì….mi manchi anche tu”. Voce agrodolce, tonino da uomo di famiglia. Casa dolce casa…Sapete cosa? Io non lo sopporto proprio Gianni! Proprio lui che fino a qualche settimana fa aveva dichiarato che a lui delle donne non gli importa niente.
Tiro su la cornetta e chiamo il Pincio. Il Pincio mi risponde con il suo solito tono cadaverico:
“Stavo dormendo, cazzo”
“Ma sono le tre del pomeriggio!”
“Per me è come se fosse l’alba”
“Vaboh, facciamo aperitivo da te today?”
“Of course, solito orario, sgualdrina, chiama l’amico Grillo tu và che torno a letto”
“Fatti una sana dormita, a dopo boy”. Chiamo l’amico Grillo, ovvero il Bicio.
“Hey bella lì, cos’è sto rumore?”
“Sto pulendo casa” mi risponde lui.
“Coooosa?” gli dico io
“Sì, perché??un uomo alla soglia della mia età in un appartamento di venti metri quadrati con venti metri quadrati di polvere e zero metri quadrati per sé non può pulire casa?”
“Ma se è 10 anni che vivi in quella bettola e non l’hai pulita nemmeno una volta? Hai pure comprato il mocio come memento ed è ancora inscatolato all’ingresso!!”
“Mi hai chiamato per strafrullarmi le palle o avevi un motivo ben preciso?” mi risponde il Bicio, rude.
“Sì, aperitivo a casa del Grillo solita ora, ok?”
“Mhhh..adesso vedo, avrei da fare”
“Come?Di domenica pomeriggio? cazzo hai da fare?”
“Senti, bello, non fancazzeggio come te, sai, ..ho una vita piena, io…”
“Sì, certo, bel gioco di parole, cosa stai cercando di dirmi?”
“Che non posso venire, ok? Non credo di fare un torto a nessuno se per una domenica mi faccio i cazzi miei!!” urla il Bicio buttando giù e interrompendo la comunicazione. Come un sedicenne. Porca pu.…ma che ca… è successo? Chiamo il Rotto anche se sono praticamente certo di non trovarlo a casa sua. E incredibilmente dopo il primo squillo mi risponde la voce di una donna, di una signora, ..la mamma del Rotto? Porca miseria!
“Salve signora, sono Lorenzo, l’amico di… suo figlio ..”..Oddio, e come si chiamava il Rotto?? “Me lo passerebbe per favore?”
“Ohh, ciao Lorenzo, ciao..sono la mamma di Luca..”dice questa in maniera lamentosa e stanca.
“Sì, signora l’avevo riconosciuta…” faccio io, splendido.
“Oh…Luca c’è, è proprio qui di fianco a me..ora te lo passo, eh, ciao eh e stammi bene, eh..”
“Sì, sì, grazie…grazie.”
Il Rotto risponde giulivo, sotto la sua voce percepisco chiara un’arietta musicale stranamente nota.
“Pronto?”
“Pronto sta fava, stronzo! Che cacchio ci fa tua madre a casa tua?”
“Vedi di parlare bene, per favore..come si toglie il viva voce, mammaaa, Rossella!!”“Rossella?? Cosa ci fa quella zoccola di tua sorella a casa tua?”
“Sei ancora in viva voce, coglione!”
E sotto,  chiaramente percepibile: “Guarda che ti ho sentito, imbecille!” troneggia la voce acuta e sgradevole di Rossella seguita da un :“Ma perché parla così quel ragazzo??”la mamma del Rotto,  con la voce di chi è stanca, demoralizzata e non capisce.
“Rotto!!togli quel cavolo di vivavoce!!”
“Sì, sì,  aspetta..ecco, ora puoi parlare”
“Ma che stai facendo?? Un meeting familiare? Giornata ciellina?”
“Abbiamo pranzato insieme, quale è il problema?”
“Ma se tu odi la tua famiglia!”
“Sì, ma un pranzo qualche volta glielo devo, è sempre la mia famiglia, eddai” sussurra il Rotto.
“Sì sì, ok ma che ci fa quella stronza di tua sorella a casa tua?”
“Parla piano, c’è anche Edilio..”
“Edilio??c’è Edilio a casa tua??? E che ci fa quel rottinculo a casa tua?”
Adesso percepisco anche la voce di Edilio che dice chiaro e tondo: ”Dì a quell’imbecille di non rompere i coglioni se non vuole morire giovane!”
“Oddio!!mi minaccia pure!!digli a quel rottoinculo che…“Ok!”fa il Rotto mai così serio nella sua vita “Aspetta che cambio stanza”
“La vuoi smettere? Stai parlando di mia sorella” dice, una volta al riparo da orecchie nemiche.
“No, stai parlando della donna che mi  ha massacrato il cuore riducendolo a un quadro di Fontana!” dico io, urlando.
“Senti, stavamo giocando a Trivial Pursuit…perché cavolo mi hai chiamato?”
E’ incredibile. Sono senza parole, ma che sta succedendo oggi? Si stanno ammattendo tutti?
“Rotto…ma dico..sei impazzito?ti ho lasciato stamattina che vomitavi verde e ti ritrovo adesso che giochi a Trivial Pursuit in compagnia della donna e dell’uomo che mi hanno rovinato la vita??”
“Sono un uomo poliedrico, fraté..”
“Ma vaffanculo!!”
Mi sembra di impazzire, non so più che fare.
“Senti, parlando di cose serie…” fa lui.
“Dimmi”
“Sai mica qual è il porto più grande d’Europa?”
“Ma che cazzo c’entra?”
“E’ la domanda del Trivial!”
“Rotto…qualsiasi cosa tu abbia fatto, ti prego torna indietro, non ti riconosco più”
“Che palle che sei oggi, ma che hai? Non posso passare un po’ di tempo con la mia famiglia, ne avevo bisogno!”
“Ma ..aspé..stai ascoltando Cat Stevens!!lo sento da qui!”
“Non è Cat Stevens…é Lionel Richie!”
“Lionel Richie??”
“Piace a mia madre, …non è poi così male…”
“No, Rotto, no, io ti saluto perché tu devi star molto male, non so cosa tu abbia fatto, o cosa ci fosse in quello che ti hanno dato da mangiare, ma comunque stiano le cose io ti saluto…oggi ci sarebbe l’aperitivo dal Pincio alla solita, se te la senti bene, se non te la senti…è uguale, ok?” concludo con tutto il fiato che mi è rimasto.
“Perché non passate di qua, più tardi?”

Gli ho buttato giù. Non so cosa sia preso a tutti, ma deve essere successo qualcosa di molto, molto strano. Sono allibito. Il Rotto a casa sua che chiacchiera amabilmente con la genitrice e con quella fighetta marcia di sua sorella ascoltando Lionel Richie, il Bicio intento alla cura della casa…incredibile. Forse per oggi era prevista la fine del mondo e io non lo sapevo, forse ieri sera ci hanno drogato le bevande e non me ne sono accorto, forse sono l’unico immune da un virus potentissimo che agisce sul nostro organismo per via aerea.
Poi mi viene in mente il Pincio. A meno che non sia impazzito in questi ultimi venti minuti, lui era abbastanza sano.
Tiro su la cornetta per la quarta volta e lo richiamo. E come volevasi dimostrare le mie previsioni erano corrette, e vengono comprovate quando dall’altra parte del telefono mi risponde una voce che già conosco, ma che in assoluto non è quella del Pincio, ma quella di Gianni.
“Gianni?”
“Lorenzo?”
“Che ci fai a casa del Pincio?”
“Sono passato per un saluto, considerando il modo in cui ci siamo lasciati ieri mi aspetto come minimo delle scuse…” dice lui con il tono da pater familias.
Io passo all’attacco “Sei passato dal Pincio per sentirti dire delle scuse, fatti dare le scuse dal Pincio!”
“No,…cosa hai capito! Volevo solo spiegarmi meglio e poi…ma insomma che cacchio vuoi? Di che cavolo stiamo discutendo?”
“Hai ragione” penso e dico “Lasciamo stare, dai…allora aperitivo dal Pincio alla solita?”
“Sì, dai,  c’è anche Melissa.”

…Un secondo e mezzo per recepire l’input. Due secondi per elaborarlo. Tre per accettarlo. Mezzo per immagazzinare il nome. Uno per pensare che è un cavolo di nome. Un altro per pensare a trovare la cosa più giusta da dire. Più mezzo perché sicuramente la prima cosa che avevo pensato non andava bene.
“Bene!” e mi esce un sorriso da soap opera.” “A dopo”.
Melissa. La nostra vita rovinata da una donna con un nome assurdo. Melissa ricorda la melassa, o un molosso, o la glassa, o una clarissa, è il nome di una suora!! Come la chiamerà a letto durante i loro rendez-vous notturni? Melissa smelissami il mio mellone, …santo Dio, santo. Di sicuro Melissa non è una che si prodiga in grandi amplessi, con quel nome al massimo concede  un seghino breve e floppo. Chissà che faccia avrà. Bah. Vedremo.
Dopo una mezz’oretta di seghe mentali su come la vita ti possa riserbare delle sgradevoli sorprese quando meno te le aspetti, e di come la situazioni possano evolversi in maniera imprevista, ho un’illuminazione. Una di quelle che appartengono al genere tremendo. Ritiro su la cornetta e richiamo per la terza volta il Pincio.
Per fortuna mi risponde lui, questa volta.
“Hey fra, scusa, ..sei solo?”
“No, perché?”
“Chi c’è lì con te?”
“Gianni e la sua morosa”
“E basta?”
“E basta”
“Ah ecco, perché guarda che il Rotto e il Bicio non vengono, e io non volevo fare il quinto incomodo nel caso in cui…”
“Sì” fa il Pincio tentennando un poco “Infatti dopo ci raggiunge una sua amica..”
“Un’amica di chi?”
“Di Melissa”
“Come? E allora io che ci vengo a fare?”
“No, ma stai tranquillo, è una cosa così, e poi il Rotto e il Bicio vengono gli ho sentiti io mezz’ora fa!”
Comincio a essere stanco.
“Scusami, fammi il resoconto perché comincio a non capirci più niente, chi cazzo c’è a questo aperitivo?” Sto per perdere la testa.
“Allora” fa lui molto tranquillamente ”Per adesso ci sono Gianni e la sua tipa, poi dopo viene una sua amica che forse porta un’altra sua amica, il Bicio dovrebbe venire con una sua amica, se viene, il Rotto dovrebbe venire più tardi da solo, ma non è detto che venga, forse non viene, ma se viene viene da solo, ha detto era nel mezzo di qualcosa di importante”
“…Ha definito Trivial Pursuit qualcosa di importante?”
“Che?”
“No niente, lascia stare”
“Senti ma che hai oggi?” fa lui, quasi paterno.
“Ah io? Siete voi che siete tutti strani oggi”
“Senti, non scassare, ti si aspetta eh”
“Senti, non lo so eh, di fare il candelone non mi va, ci sentiamo un altro giorno!” E gli sbatto giù il telefono.

Non ho più voglia di vedere nessuno. Tutti questi cambiamenti, difficoltà a vedersi, milioni di telefonate mi fracassano i nervi, è possibile che sia così difficile prendere un merdosissimo appuntamento? E poi mi vogliono fregare, cosa è sta storia che ognuno porta qualcuno? Non si è mai visto. E sto così non perché non ho nessuno da portare,…perché se guardo nell’agenda qualche cerbiattina disposta ad accompagnarmi la trovo anche io….mi sa che finisce che me ne sto a casa. Mi rimetto a letto eppure mi muovo in continuazione, mi sento agitato. Non so perché, ma mi sento tradito e stanco. Come se tutti i miei amici stessero partendo senza avermi avvertito prima del cambiamento di direzione. Se poi mi viene in mente Rossella..mhh, ..quella è stata l’unica, l’unica donna per cui ho perso la testa completamente e anche l’unica che mi ha spezzato il cuore,  del resto. Fu lei a voler troncare la nostra relazione, se ne andò dicendo che non la meritavo, bah…solo una gran zoccola, ecco cos‘era. Lei è quell’altro coglionazzo con cui si è messa dopo di me, Edilio. Edilio di sto cazzo!
Mi addormento guardando il soffitto. Quando mi sveglio sono le sei e tre quarti. Ho mal di testa, la cassa alcolica della sera prima non mi è passata, e sono più annoiato di prima. Mi sforzo, mi vesto ed esco. Penso di andare al bar, qualcuno incontrerò sicuramente.
Quando accendo il cellulare mi arrivano dei messaggi. Uno è del Bicio, l’altro è un losaiditim, ..mi hanno pure cercato, i cosiddetti falsi amici, peggio della grammatica francese, i faux amies.

Al Bàvero non c’è nessuno, mi faccio una bionda, chiacchiero un po’ con Gualtiero, il proprietario, e poi opto per tornare a casa. Ma nella strada del ritorno decido di passare sotto casa del Pincio. E una volta giunto davanti al portone del suo appartamento mi fermo. Loro saranno lì dentro a divertirsi, e io come un pirla qui da solo. Allora suono, tanto o la va o la spacca, e se la spacca ci metto poco a fare dietrofront.
“Chi è?” si sente dal citofono la voce alticcia del Bicio.
“Ehi, ciabatta, sono io” dico all’interfono senza troppo entusiasmo.
“Sali, cazzone.” Mi dà il tiro, comincio a salire le scale, cercando di non guardare l’ascensore…la mia nemesi, da quando vi rimasi incastrato anni fa non sono più riuscito a salirci, e quindi preferisco le scale.
Quand’ecco al secondo piano mi imbatto in Rossella, che viene dalla parte opposta alla mia. Oh, cavolo. Lei si slarga in un sorriso luminoso spiazzandomi completamente. E’ radiosa. Penso di non averla mai vista così. Elegante e sportiva allo stesso tempo, sexy e casta, Madre Teresa e Madonna Luise Veronica Ciccone  contemporaneamente.
“Oh, ciao” fa non troppo stupita.
“Ciao…”
“…Sei stupenda” mi esce senza che me ne renda conto.
Lei abbassa lo sguardo intimidita. Sorride e sussurra “Un grazie”, come diceva sempre quando stavamo insieme…Dio boh mica lo farà a posta? Non so perché glielo ho detto, la odio profondamente eppure qualcosa dentro di me la ama ancora allo stesso modo di un tempo. Poi mi scansa per passare.
“Vai via?” le chiedo. E’ una domanda stupida, siamo sulle scale, lei scende e io salgo, ma non posso lasciarla andar via così.
“Ho un impegno con le mie amiche…”
“Ah”
E all’improvviso mi pare di vederla con occhi nuovi. Non è più la zoccoletta che mi ha lasciato, ma è la ragazza, dolce e meravigliosa che io, effettivamente, non ho mai meritato.
“Beh, allora alla prossima”
“Sì, ciao”

La saluto e ricomincio a salire. Non so perché, ma per la prima volta da quando ci siamo lasciati, siamo riusciti a parlare in modo civile, senza fare uso l’uno verso l’altro di parole volgari o offensive. Anzi, lei sembrava addirittura dispiaciuta di dover andar via, e poi chissà perché è venuta, lei che non beve neanche, lei che la domenica voleva stare solo con me e sbuffavo quando le dicevo “Aperitivino dal Pincio?”

La porta è aperta, entro senza sapere cosa mi devo aspettare. Chiudo la porta. Dalla sala arrivano le voci dei miei amici e delle loro donne dell’ultimo minuto. Quando entro si voltano e mi salutano a modo loro.

“Oh, eccolo l’uomo che non deve chiedere mai” fa il Rotto senza nemmeno voltarsi.
“La guest star, colui che butta giù telefoni a cazzo” continua il Bicio.
“Lui, il vip che onore ci rende con la sua presenza” chiosa Gianni.
“Andate a cagare, stronzi…oh piacere, io sono Lorenzo” dico porgendo la mano alle pulzelle sedute al tavolino.
E incominciamo con le presentazioni. Conosco questa famosa Melissa che, anche se dal nome uno non se l’aspetterebbe, invece è caruccia, un po’ bassa, tette so so, naso importante, proporzioni nella media. Le amiche, di cui mi scordo il nome dopo un millisecondo che l’hanno pronunciato, rientrano nella categoria B/C: scopabili ma con riserve. Niente a confronto con la meraviglia che ho incontrato sulle scale, comunque.

Mi unisco ai giochi. Il Pincio mi offre da bere e ci mettiamo a bere e a parlare intorno al tavolo.
“C’era Rossella meno di un’ora fa” fa il Rotto dopo un po’.
“Già, l’ho incontrata sulle scale…” faccio io.
“E’ voluta venire a tutti i costi…” continua il Rotto.
“C’è rimasta male che non venivi…” intercala Gianni.
“Molto male, vedessi com’era carina…”continua il Pincio.
“Ragazzi, l’ho vista, vi di…”poi li guardo uno a uno e loro guardano me. Ma che sta succedendo?…possibile?

All’improvviso mi sento lo stomaco sottosopra ”Oh, starete mica insinuando che lei..”. Non riesco a terminare la frase e d’altronde loro non mi ascoltano neanche più. Riprendono a giocare a Trivial, ma io con la testa sono già distante mille miglia.
Rossella prendeva sempre l’ascensore perché odiava farsi cinque piani di scale a piedi ogni volta che venivamo qui, eppure oggi era sulle scale…lei che si lamentava sempre del male ai piedi che le procuravano quelle scarpe alte. Lei sapeva che non prendevo mai l’ascensore, perché è l’unica donna a cui abbia mai avuto il coraggio di confessare le mie paure..
Non ci posso credere…
A distanza di anni…

Mi sento diverso, come in pace con me stesso. Sereno. Sorseggio il mio Bellini ma senza foga. All’improvviso non ho neanche più voglia di ubriacarmi o di dannarmi l’anima come faccio ogni domenica sera. Fra un’oretta andrò a casa, mi noleggerò un film e mi farò portare una pizza, poi, chissà, una di queste sere,… se dovessi sentirmi solo…

 

 

 

*Balla, bugia in dialetto bolognese

Fidanzati cattivissimi- Racconto 2

TITOLO: Lo stronzo numero 2 GG l’allenatore
SOTTOTITOLO: Come si diventa titolari di una squadra
SOTTOTESTO: Evita le parrocchie, c’è brutta gente
MESSAGGIO IMPLICITO: Limona con il tuo allenatore se vuoi fare carriera e non hai competenze fisiche né tecniche

Per la serie l’amore ai tempi dell’acne.
Dopo aver tentennato in cerca di un come e di un perchè tra i vari sport, mi buttai sulla pallavolo.
In quell’età dell’incertezza, dell’insicurezza e della eterna inconsapevolezza, io rappresentavo l’incarnazione perfetta di tutte e tre le “ezza”: non sapevo dove andavo, né cosa ero, ne dove ero diretta né cosa volevo, e, sopratutto, non me lo domandavo, il che mi risparmiava atroci sofferenze e mesi e mesi di pianti isterici pre/postmestruo o in assenza di.
Una mia compagna di classe mi invitò a venire a provare a giocare nella sua squadra. Tentennai, intrisa di ignavia, che a quei tempi andava per la maggiore, se non altro perchè studiavamo al liceo classico i canti infernali e ci piacevano di molto i neologismi danteschi ed eravamo soliti usarli di sovente.“Dai ci divertiamo” mi disse.
Incertezza.“
Secondo me sei brava”
Insicurezza.
“E’ poi l’allenatore è troppo figo!”
Fra tutte, era l’argomentazione che andava per la maggiore.
Mi iscrissi.
Se non altro, mi sarei rifatta gli occhi.Normalmente non credo alle leggende metropolitane, voglio dire, quando un’amica ti dice “Quello è troppo figo”, di norma devi crederci per un 45%, il restante 55% ti dirà che il suo concetto di essere figo non corrisponde esattamente a quello che è oggettivamente figo.  E se non hai capito niente di questo ragionamento logico, basta che consideri quante verità le persone dicano quotidianamente: sicuramente meno del 50%.Il che testimonia il fatto che ho fatto studi classici.
Va beh, testiamo dal vero. Dissi.

Con mia grande e notevole soddisfazione, scoprii che, per la prima volta in assoluto, l’affermazione corrispondeva al vero: l’allenatore era davvero figo.
Ora, NON FATE QUESTO TEST A CASA!!
1) Prendi un allenatore belloccio di qualsiasi sport
2) Mettilo ad allenare in una squadra femminile di adolescenti alle prime prese con l’altro sesso
3) Pop corn, acqua, divano…goditi lo spettacolo

Nel caso di GG però bisogna aggiungere una postilla fondamentale. La squadra dove mi capitò di giocare quell’anno, non era una squadra normale, io non lo avevo capito subito, forse avrei dovuto intuirlo dal nome stesso della società, ma la cosa mi fu chiara quando, dopo mesi di allenamento, prima di una partita, messe tutte in circolo per darci la carica, la madre dell’allenatore nonché arbitro ( e qui c’era un abbozzo di conflitto di interessi) disse: “E adesso preghiamo”. Io alzai la testa, stupita. “Come?” Che diavolo…??? Avrei dovuto capirlo, come ho fatto a non accorgermene…era una squadra PARROCCHIALE. E allora perchè, santoiddio, giocavamo sempre di domenica, la domenica non è il giorno di riposo mondiale?Non credo che Dio disputasse tornei di calcetto la domenica…E come avrei potuto intuirlo, visto che negli spogliatoi si udivano le più malsane e luride storie di sesso preadolescenziali mai sentite? Le mie religiose compagne saranno state anche credenti, ma si davano da fare di brutto a differenza, peraltro, della sottoscritta che al solo udire la parola “pene”, si ritraeva intimorita, con la pelle d’oca sulle braccia, facendo no no no con la testa ripetutamente. Essendo il capo di una squadra parrocchiale ne derivava che anche lui faceva parte di quel manipolo di cattolici della vecchia guardia: di quelli che andava a messa la domenica, trangugiava il corpo di Cristo senza un minimo di ansia e era solito trastullarsi in parrocchia durante i lunghi pomeriggi estivi a cantare in circolo canzoni di chiesa.  E non solo.

Successe che, praticamente, diventammo amici. Tutte le altre ragazze che, negli spogliatoi, si trasformavano in camionisti slavi che sembrava in bocca coltivassero preservativi e che non facevano altro che prendere cazzi a destra e a manca, una volta uscitene mostravano un’altra facciata: quelle delle brave ragazze che non parlano di argomenti sconci.
E quindi il povero GG, con i coglioni carichi da secoli trattenuti per volontà divina, si intratteneva con me e altre due outsider del circolino per reperire il più possibile informazioni su questa cosa, ahimè sconosciuta, chiamata sesso, e raccontarci le sue delusioni sentimentali legate alla problematica sostanziale che la sua fidanzata di sempre non gliela sganciasse e non avesse, sul lungo termine, intenzione alcuna. Dieci anni insieme e, insomma, ancora no,… c’era stato nessun incontro biblico. Ovviamente lei voleva aspettare, che cosa direte voi infedeli? Il matrimonio, ovvio!
A volte GG ci stupiva con frasi del tipo: “Mi sa che dobbiamo sposarci..”
“Perchè? È incinta? Allora l’avete fatto!”
“Non ne sono sicuro..”
Al che noi rimanevamo sconcertate, ma che potevamo capire? Eravamo ragazzine, avevamo15/16 anni. Io lo stavo ad ascoltare per ore poi, pratica, davo il mio consulto: “Sposati”. Lui rabbrividiva al sol pensiero, era chiaro che non era innamorato e non faceva che sottolineare quanta frustrazione gli desse questa situazione di impasse. Neanche con un ariete sarebbe riuscito a sfondare quel muro che la sua fidanzata gli aveva posto: le loro serate si consumavano in lui che giocava alla Playstation e lei che leggeva un libro in due lati opposti della stessa stanza. Teneri. Peccato che pero lui ne usciva parecchio frustrato.

E fu così che, a furia di rimanere a parlare all’uscita della palestra, cominciò ad allungarsi verso casa mia per portarmi a casa. Parlavamo, parlavamo e parlavamo. Poi cominciammo a parlar di meno, perchè le parole lasciarono spazio ai baci ed in breve  diventai la sua amante. Una carriera meravigliosa se si considera che ai tempi avevo solo 16 anni.Tuttavia, se proprio dobbiamo armarci di biasimo, quello ricadrebbe senza alcun dubbio su di me…fui io a cercamelo, a crearmelo, ad inseguirmelo, l’intrallazzo. Non feci niente per evitarlo, dovevo buttarmi nella mischia del love boat, non potevo esimermi, dovevo fare la pecorona che segue il gregge. Dovevo avere una liason PER FORZA.
Ma che ci potevo fare? L’allenatore ricordava per i lineamenti alla lontana Lurch della famiglia Adams, era lento di comprendonio, un po’ stempiato e, a ripensarci bene, portava delle occhiaie parecchio scure e marcate, però a me piaceva. Faceva dei discorsi da persona adulta, di mondo, anche se non credo che oltre alla strada CASA PALESTRA PARROCCHIA CHIESA avesse mai girato chissàche.
Lui diceva che io ero brillante, che avevo una visione del mondo molto aperta e particolare, che gli piaceva parlare con me, che ero free a differenza di tante altre ragazze che conosceva. Insomma, mi riempiva di complimenti, quindi per me era ok, avweva tutte le caratteristiche che mi occorrono per farti diventare il mio partner.
C’erano solo due miseri ed insignificanti dettagli che però, ad un’occhiata più attenta, erano degni di nota: il primo era che il coach era ancora fidanzato, ed il secondo era che io, beh, non ero maggiorenne. Il connubio di questi due fattori spiegava il come e il perché ogni nostro incontro avvenisse dentro ad un abitacolo a quattro ruote, lontano da zone ad alta densità di popolazione e con  molteplici apparecchi atti all’illuminazione stradale. In breve, avevamo battezzato ogni singolo angolo buio, tutti gli antri bui sui colli che potessero permettere un incontro discreto e appartato.
Ogni nostro incontro iniziava e finiva nello stesso identico modo: lui veniva  a prendermi in auto, iniziavamo a parlare e a parlare e poi finivamo a rotolarci l’uno sull’altro per ore e ore e poi, puntualmente, dopo qualche giorno, in qualche modo riusciva a farmi scivolare alla fine degli allenamenti una letterina in cui si prodigava in pentimenti e rassegnazione all’evidenza che, ahinoi, eravamo mortali e ci eravamo lasciati andare, anche questa volta, ai più biechi istinti sessuali.
Nel frattempo, perlomeno, godevo della mia posizione privilegiata di First Lady e giocavo da titolare, cosa che non sarebbe successo se non ci fossero state le lunghe jam session nella sua auto. Ma, in realtӑ, modestia a parte, me lo meritavo anche.
L’apice fu quella volta che, stesi completamente vestiti l’uno sull’altra, lui ad un certo punto, colmo di meraviglia si fermò  e mi guardò, con un occhio languido e curioso.
“..Questo è… far l’amore?”mi domandò nel silenzio della nostra intimità, con un imbarazzo reale. Io, sedicenne con così poche esperienze che non riempivano nemmeno le dita di una mano, gli rimandai uno sguardo vuoto, disperato, ma dentro di me si formulò chiaro e ben impresso un concetto: spero proprio di no!
“Io credevo che ci dovrebbe essere più contatto” risposi per non essere offensiva. “Credo che occorra una cosa chiamata penetrazione”. Così mi era stato riferito, per lo meno.

Così trascorrevamo le serate in un gioco al massacro dove lui mi teneva sul filo del rasoio indecisi sul fatto se fosse giusto farlo o non farlo, ogni nostra discussione all’inizio serata partiva dal presupposto ontologico che fossimo due peccatori senza riserve, che commettevamo tanti di quei peccati che Dio ci guardava coprendosi le mani e oscillando a destra e a sinistra in segno di rimprovero eterno, poi, nondimeno, concludevamo la serata a spintonarci incastrati tra cambio e sedile ribaltato, per la gioia dei voyeur.
No, ma commettiamo peccato.
Dio ci guarda e ci giudica.
Ogni appuntamento si tramutava in una sessione notturna a metà tra gli incontri di parrocchia e una seduta di sesso estremo in versione cinematografica (cioè vissuta da spettatore), …una vera tortura, tornavo a casa con la testa gonfia di idee bislacche sul sesso e su cosa volesse dire farlo, su come si poteva evitare di peccare e, pur non avendo mai fatto sesso ancora nella mia giovane età, avrei pagato oro finchè si decidesse a provare visto che mi aveva esaurito anche l’anima che, ovviamente, avevo io destinato ad atroci sofferenze nelle fiamme ardenti dei gironi infernali, girone ¾ , prego, i lussuriosi!
“Non dovremmo cedere ai più biechi istinti” diceva lui slacciandomi la camicetta.
“Ciò è sbagliato” e giù di lingua.
“La mia fidanzata cosa direbbe?” e mani ovunque.
Io un’idea ce l’avevo…però..

Poi un giorno disse, dopo svariati tentativi di portarmi sulla retta via.
“Secondo me, anche tu in fondo in fondo sei un po’ credente”
…Possibile?
Visto che, già da allora, non mi negavo niente, tentai.
Dai, accendiamo questo lumino di fede, diamogli una possibilità, a questo signor Dio.
E allora presi dal comodino il best seller mondiale, ogni anno numero uno alla Fiera di libro di Francoforte: la Bibbia.
E lessi.

Giuro, ci ho provato, davvero ci ho provato. Ma qualcosa mi bloccò dopo aver finito di leggere la triste vicenda del saggio Giobbe e poi quella di  Isacco a qualche pagina all’inizio dell’Antico Testamento.
Più o meno la storia andò così.

Giobbe era un uomo onesto, integerrimo, sapiente, amato e venerato da tutti nella sua piccola comunità montana. Aveva non so quante vacche, mucche, una moglie amata ma brutta come il paglione che aveva passato la sua vita da coprotagonista spargolando una quantità di bambini che non si sa come avesse fatto Giobbe a fare tanti soldi e ad essere tanto amato visto che, probabilmente, passava più tempo a darsi da fare nel talamo nuziale che a  studiare alacremente le Sacre Scritture, ma comunque,..Giobbe, il cui nome etimologicamente si traduce dall’arabo come “Colui che sopporta le avversità”, e qua apriamo una parentesi sull’ingiustizia fatale di sto poveraccio già dai primi natali, Giobbe dicevamo aveva tutto ed era uno considerato “giusto”, che ai tempi aveva tutto un altro significato rispetto a quello che si intende adesso. Finché le malelingue non si pronunciarono, maligne, figlie di Belzebù.
“Troppo facile essere giusti, quando si ha tutto: figli, pascoli, una moglie sempre disponibile, con un tasso di fertilità al disopra della norma, troppo, troppo facile”
Effettivamente, poteva esserci della logica. Così Dio, che non era sordo alle richieste dei suoi umili rappresentanti terreni, ci pensò su ed infine disse. “Facciamo un tentativo”.
Nel giro di poco gli tolse tutto: figli deceduti, pascoli deceduti, malattie fisiche dove non ne erano mai state. Una tragedia infinita.
Ma in tutto questo Giobbe, seppur al colmo della frustrazione, se non altro rispettando i dettami voluti dal nome, era riuscito a non cedere nelle imprecazioni, per lo meno in quelle ad alta voce e continuava imperterrito nella sua fede infinita verso Dio.
Il che ci insegna che l’uomo non può giudicare l’operato divino, e che anche l’uomo giusto può soffrire.

Finito il racconto, avevo già nutrito qualche dubbio su Dio e tutta la compagnia, ma ancora volevo dare fiducia.
Poi lessi la storia di Abramo e Isacco. Anche Abramo era uno giusto, così giusto che è considerato uno dei patriarca dell’ebraismo, così giusto che, anche a sto giro, Dio pensa bene di fare un tentativo di mobbing e /o terrorismo psicologico.
“Abramo, gli fa, vediamo se ti fidi davvero davvero del tuo dio”
“Ovvio che sì!” rispose prontamente quest’ultimo, sempre sul pezzo, come quando c’era stato da scrivere i comandamenti.
“Sacrifica il tuo unico figlio, dai”
Oh merda, e adesso? Non poteva dirgli no, Dio se ne sarebbe certamente accorto, era impossibile sfuggirgli, Dio vedeva ogni cosa. Così, rammaricato, con il cuore gonfio di tristezza, andò dal figlio e gli propose di venire con lui sul monte Moria a sacrificare un agnello a Dio.
“Perchè no! “ Disse Isacco contento di andare a fare una passeggiata con il babbo.
“Và che ci scappa anche una grigliatona” pensò lui, ingenuo.
Ma già dopo pochi minuti di ascesa, qualcosa non gli quadrava all’Isacco. Perchè se il piano era sacrificare un agnello, loro non ce l’avevano, l’agnello? “Abbi fede” gli rispose il babbo con gli occhi gonfi di pianto.
E Isacco si fidò del padre, perchè era suo padre, carne della sua carne, sangue del suo sangue, il suo adorato babbo.
Quando arrivarono in cima e dell’agnello non si vedeva neanche l’ombra, Isacco nasò puzza di bruciato. Siediti, lo vedi l’agnello? Ingiunse il padre al figlio, estraendo furtivamente il pugnale per sgozzarlo in nome di Dio. Quando Isacco si voltò, non credette ai suoi occhi: il padre brandiva un coltello verso di lui! Altro che agnello! Ora era tutto chiaro.
“Padre, perchè? Chiese il figlio.
“Ordine di Dio” rispose il padre, prosternato dal dolore.
“Non so se riesco a farlo” aggiunse poi, disperato.
“Devi, devi farlo!” disse il figlio che gli porse la carotide a mò di incitamento.
“Dai coraggio, uccidimi, uccidi il tuo unico figlio!”disse per incoraggiarlo.
Ed in quel momento arrivò l’angelo emissario divino “Scherzettino!” disse.

Gettai letteralmente il tomo di mille secoli e passa dall’altra parte della stanza, lo usai come fermaporte e decisi si rifiutarmi categoricamente qualsiasi contatto con il cattolicesimo e compagnia briscola.
Aveva errato il mio allenatore: non c’era nessuna traccia di fede in me, né mai ci sarebbe stata.
Non mi era chiaro come un Dio che doveva essere buono e vegliare su di noi potesse imporre a un padre una cosa così crudele, per poi ritrarre la mano, e sopratutto non mi era chiaro perchè mentre quei personaggi biblici non facevano altro che scopare come forsennati dalla mattina alla sera, noi invece, figli dell’era moderna, dovessimo stare chiusi in un abitacolo senza aria e ossigeno ad ucciderci di petting, per poi ricoprirci ipocritamente di docce di sensi di colpa.

Chiusi con GG l’allenatore con fermezza e determinazione. Sarò stata anche un’adolescente incerta,  insicura e inesperta sessualmente, ma nel piccolo ventaglio delle cose che sapevo, una mi era chiara più chiara delle altre: non avrei mai accettato l’ipocrisia cattolica di chi fa una cosa e poi corre a pentirsene subito dopo.

Amen.