Mamma e Papà

Mi chiamo Edoardo Luigi Maria de Sanctis, ma tutti mi chiamano Edo.
Ho compiuto 10 anni da poco, un’età importante, dicono, perché ho finito tutte e due le mani, e infatti per l’occasione abbiamo fatto una grande festa. I miei genitori si sono separati esattamente 6 mesi, 2 settimane, 7 ore fa. O almeno questo è stato il momento esatto in cui mi è stato riferito.

Era un venerdì pomeriggio, avevo preso un 8 nell’interrogazione di mate ed ero felice perché quando prendo un bel voto mamma mi porta sempre a prendere il gelato. Ma non quella volta. Quel venerdì pomeriggio, ai cancelli della scuola, ho visto mamma e papà in piedi ad aspettarmi, di solito mandano la domestica perché loro hanno troppo da fare in studio- mamma e papà sono due dentisti-per questo mi è sembrato subito strano. Quando mamma mi ha preso la mano senza nemmeno salutarmi, ho capito che c’era qualcosa che non andava e che non ci sarebbe stato nessun gelato. Ed infatti.

Da tempo nutrivo il sospetto che stesse succedendo qualcosa. Non era raro negli ultimi mesi udire mamma pronunciare frasi ad effetto, passate sottobanco a volume ridotto, della tipologia quel bas*****di tuo padre, quella pu*****, quello st***** ..tutte quelle parole che non mi é dato pronunciare anche se a loro piacciono tanto, ed in tv non fanno che ripeterle di continuo. Spesso li sentivo litigare chiusi in camera, di norma iniziavano a punzecchiarsi durante il pranzo o la cena, poi, come se non ci fossi si riferivano a me in terza persona “Edoardo non può assistere a queste scene!” di solito era mia madre “Edoardo non si merita uno st***** come padre!” e proseguivano a porte chiuse.  Quando il mio nome veniva pronunciato tutto per intero, di norma era un bruttissimo presagio.

Quando me lo dissero eravamo nella sala grande a piano terra, sul costosissimo tavolo di cristallo hanno iniziato il discorso dicendo che a volte nella vita succedono cose brutte:
“Ti ricordi per esempio quando Simba ha perso il papà? “ ha iniziato mamma.
“Che esempio di merda!” l’ha interrotta papà.
“E’ un esempio come un altro” ha risposto mamma.

Così ha ripreso il discorso papà. “Edo” ha detto e non l’ho mai visto così serio, neanche quella fatidica volta in cui entrai nel suo studio e vidi quello che vidi e poi mi fece promettere di non riferire nulla di quanto avevo visto. Mi ha guardato dritto negli occhi con i suoi occhi verdi, e non è riuscito a dire niente. Così è ritornata alla carica mamma.
“Io e papà abbiamo deciso di separarci e…è meglio così” Si vedeva lontano un mondo che non era quello che pensava davvero, che aveva quella parola che inizia con st***** sulla punta della lingua ma non poteva dirla perché c’ero io.

Così negli ultimi mesi sono cambiate parecchie cose. Mia madre ha costretto mio padre a lasciare lo studio odontotecnico: per anni hanno lavorato insieme con altri soci nello studio alle porte del centro, adesso mio padre ha aperto un nuovo studio non troppo distante da lì, ai piedi dei colli bolognesi, molto più grande e moderno. Mia madre ha assunto due nuovi segretari part time: Lorenzo e Maria. Entrambi studiano all’università e si alternano con gli orari, mia madre mi racconta che a volte arrivano con occhi rossi rossi, secondo lei fumano delle gran canne. Dal loro arrivo è come se lo studio avesse cambiato atmosfera, più giovanile e rilassato. Con loro mi diverto molto.

Papà se ne è andato da casa, la sua macchina non è più nel vialetto all’ingresso, Satie non abbaia di felicità quando avverte il motore salire per la salita che arriva a casa nostra, mia madre dorme da sola in un lettone troppo grande e a volte, nel silenzio della notte, avverto dei singhiozzi solitari come lamenti di un gattino abbandonato e mi chiedo se sia lei che piange perché è sola.

A scuola tutti i miei compagni dicono che avere i genitori separati è una figata; all’inizio è dura, poi ti abitui: regali doppi, un sacco di gite in più, coccole in più, regali dai parenti, dalle maestre, regali dai nuovi compagni dei genitori. Mia madre dice che non bisogna essere materialisti, io non sapevo cosa significava, e allora lei mi ha detto di cercarlo sul dizionario. Visto che non abbiamo dizionari in casa, l’ho cercato su wikipedia che facevo prima. Se ho capito bene il materialista è “uno che crede che l’unica realtà sia la materia”. In pratica è contento solo se gli fanno dei regali di tipo materia inanimata. A me il regalo più bello che hanno fatto è stato Satie, la mia labrador, solo che adesso è triste perché le manca papà e adesso che lui non c’è lo cerca sempre con gli occhi.

Mio padre non se la passa male. E’ andato ad abitare in una megavilla con piscina nascosta in un parco su un colle, e vive con la sua nuova compagna, Eugenia. Eugenia è la segretaria che lavorava prima allo studio, e la stessa donna con cui una volta ho visto mio padre in una posizione strana, la stessa volta in cui mi aveva promesso di non dire niente, ed infatti io non l’ho mai fatto fino ad adesso. Eugenia è una ragazza molto giovane, mia madre quando parla con le amiche che la vengono a trovare, dice che è davvero trendy. Anche questa parola me la sono andata a cercare e, se ho capito bene, significa che è “una persona che segue le mode”.

Per quanto mi riguarda mi sembra una di quelle ragazze che si vedono nelle riviste per femmine: occhialoni da sole, short corti sfilacciati, capelli lucidi sempre stirati, mi chiedo come possa una così essere al mattino appena sveglia e se esiste anche in altre versioni.
Ma soprattutto mi chiedo: cosa c’entra con mamma? Mamma ha i capelli fulvi, ricci e marroni con striature,  le rughette frontali anche quando non è arrabbiata,  la pancetta morbida perché dice che “non sa dire no al carboidrato”, un sorriso grande e bello, tutte le donne gli hanno sempre detto che sembrava quell’attrice americana, la Julia Roberts. Al confronto Eugenia sembra nuova, come una macchina appena comprata, bella,…ma ancora priva di vita e di storia.
Mamma definisce Eugenia quella “puttana”.

Ogni due settimane trascorro il weekend a casa di mio padre, Felicidad, la governante sudamericana mi ci accompagna il sabato dopo scuola e mi riviene a prendere la domenica sera; ogni singola domenica sera, appena entro in casa, mamma viene in camera mia ed inizia il terzo grado.
“E dimmi come è il pavimento? Hanno fatto il parquet? Hanno lo stucco veneziano?” Molte cose io proprio non le so, ma ogni risposta, seppur vaga, è una conferma alla sua teoria: “Eugenia è una povera ignorantella in fatto di arredamento” e  “Quella casa deve essere assolutamente kitsch”. Io non so che significhi, allora me lo vado a cercare su wikipedia e se ho capito bene, kitsch è “qualcosa di cattivo gusto, qualsiasi oggetto la cui forma non derivi dalla funzione”. Il che mi ha fatto pensare ad Eugenia, che ha una forma esterna perfetta, ma serve veramente a poco. Vi faccio un esempio.

Eugenia non nuota nell’enorme piscina che papà ha fatto installare, galleggia un paio di minuti senza bagnarsi i capelli perché “se no si rovinano”, Eugenia non guida su a casa di papà “Scherzi? Con quella salita rischierei di uccidermi”, Eugenia non cucina “Il massimo che so fare è la carbonara” ammette, Eugenia non mangia neanche. La governante di papà, Felicidad, sudamericana proveniente dalle favelas, ha imparato oramai che deve portarle solo il minimo indispensabile. “Odio vedere cibo sprecato” dice. E così io mi becco doppia razione.

Quando racconto questi dettagli a mamma, mamma ride e sembra contenta. Allora li esagero, così ride di più.
“Eugenia non sa nuotare!” mamma ride e poi si incupisce “Ma Dario ha sempre adorato il mare!” dice.
“Eugenia l’altro giorno è scivolata sul tacco 12 sul marmo in cucina!”
“Quella scema!! si mette i tacchi in casa?” ride, e poi “ Ma così sarà più alta pure di Dario”

Da quando ha scoperto che Eugenia corre tutti i giorni, và di corsa fino al santuario di San Luca. Dice che è grassa e si deve rimettere in forma.
“Dì ciao a questa pancia Edo, che mamma si rimette in forma!” dichiara.
Dice che avrò una mamma nuova. Io non ho detto niente, perché a me piace così come è, ma lei non si piace. E poi a scuola mi hanno detto che quando una donna ti fa domande sul suo stato fisico, è meglio evitare di rispondere. Piuttosto fingiti morto, mi hanno detto.

Dopo mamma, ha incominciato pure mio padre, Dario. Per dimostrare il mio distacco nei suoi confronti, lo psicologo dice che è una cosa comune, ho iniziato a chiamarlo per nome. All’inizio non ha gradito, anzi, era arrabbiato, poi si è rassegnato e, anche se so che ancora gli dà fastidio, quando mi sentirò di richiamarlo papà, me ne accorgerò, o almeno così ha detto lo psicologo, il Beretta.

“Mamma và a correre a San Luca?” chiede preoccupato.
“Tutti i giorni, Dario” confermo.
“E dove lo trova il tempo?”
Poi torna sui suoi libri, seduto nel giardino enorme della sua villa, si tuffa in piscina, fa alcune bracciate ed esce.
Torna alla carica “Ma perché deve fare una cosa del genere, dico io”
“Dice che deve dimagrire, Dario”

Scrolla le spalle e si asciuga il petto lanciando un’occhiata ad Eugenia, sdraiata a prendere il sole mentre si controlla qualcosa di fondamentale nel retro coscia. Mi guarda senza dire niente e torna a studiare sbuffando un “ Ma pensa te”. Non sembra felice, nonostante la villa e Eugenia.

Poi succede che la mamma ha un appuntamento. Non fa niente per nasconderlo, lo dice apertamente, perché vuole che “siamo onesti l’uno con l’altra, non come ha fatto quello st***** di tuo padre” dice.
Quella sera la aspetto sveglia a guardare la televisione e a mangiare schifezze mentre la baby sitter, Nadia, continua a fare cenno di no con la testa, preoccupata.
“Quando ti scopre tua madre” non fa che ripetere.

A mezzanotte e 30 è già a casa, arriva in sala e ci vede sul divano, svegli tutti e due come in attesa del nuovo anno. Ci guarda stupita, come se fossimo noi ad avere qualcosa da raccontare.
“Che succede?” chiede spaventata.
“Il signorino non vuole dormire” inizia Nadia in tono lamentevole alzandosi in piedi per giustificarsi andandole in contro.
“Come è andata, mà?” chiedo. Mia madre spalanca gli occhi, arrabbiata. “Non sono cose che ti riguardano! A letto!”urla.
“Ma hai detto che dovevamo essere sinceri l’uno con l’altra” grido correndo verso la mia stanza “Vai A LETTOOOOOO!” mi urla dietro allungando tutte le O.
Qualcosa mi dice che non è andata bene.
Quella notte la sento piangere, e per la prima volta, sento una sensazione di vuoto, e credo proprio che il Beretta lunedì mi dirà ragazzo, hai infine conosciuto la tristezza.

In questa guerra tra le parti si combatte sui materiali: chi ha il pavimento in marmo, chi ha speso di più per il lampadario, chi fa le vacanze più costose, chi ha guadagnato di più questo mese. Sono così stanco di tutti questi giochi che l’unica compagnia che ricerco è quella di Satie, solo lei dà senza chiedere, e l’unico materiale di cui le importa sono i croccantini.

Il Beretta mi ha chiesto di ricordarmi i momenti felici, così, a volte, quando sono a letto, ricordo momenti di un passato lontano, piccole scene come di teatro. E ce ne è una, solo una, che più mi rende felice e triste al tempo stesso.

Faceva caldo, in città il caldo era opprimente, mio padre si alzò e disse “Andiamo al mare!” Mamma accettò e partimmo. Io avrò avuto 5 anni, passammo una giornata serena a ridere e a giocare sulla banchina di Cervia. Era un domenica di fine agosto e nessuno aveva voglia di tornare in città, ci fermammo a un chiosco per rinfrescarci e mangiare la famosa piadina romagnola prima del rientro che si sarebbe prospettato lungo. Nonostante fossero le nove di sera c’era ancora luce e si respirava un’aria di libertà e serenità.

Ad un certo punto mamma e papà si erano messi a discutere: c’era un uomo seduto con una signora a qualche metro da noi che fissava mamma insistentemente. Papà si era parecchio ingelosito  e così  con un balzo si era alzato ed era andato dall’uomo e, con un sorriso, gli aveva detto “Sì, lo so,… è bellissima, per questo l’ho sposata”. Mamma si era imbarazzata e anche un pò commossa, il signore si scusò dicendo che in realtà la fissava perché era sicuro di conoscerla, ed infatti venne fuori che erano cresciuti nella stessa via durante l’infanzia, tanti anni prima. Mio padre si prodigò in mille scuse e tutto fu risolto.

In macchina sulla strada del ritorno, dal mio sedile posteriore, vidi gli sguardi affettuosi di mia madre su di lui “Il mio uomo coraggioso” gli ripeteva accarezzandogli la nuca e ridendo. “Il mio eroe!”
Papà rideva, mamma rideva, io ridevo pur non capendo. Il sole scendeva e noi eravamo una famiglia felice che rientrava a casa stanchi dal sole.

Adesso si odiano…eppure un tempo, ne sono sicuro, loro si volevano bene.

 

 

 

 

 

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