Corre, Filippide. Corre da ore.
Da quanto, non lo sa dire. Sa solo che deve correre, ormai non è più cosciente di altro. Deve andare a casa, ma non riesce più nemmeno a sillabarlo il nome di C A S A. Gli sembra di correre da sempre, per sempre, su un terreno che nemmeno vede e sente più. Ce li ha ancora i piedi? Se sono quei cosi che si muovono e paiono procedere a passo di lumaca sotto di lui, allora sì. Che sta facendo? Deve stare lucido, ha imparato quelle parole a memoria, dentro di sé lo sa che deve fare, ma sta perdendo la speranza.
Se solo avesse saputo, se solo avesse avuto il coraggio di dire NO, adesso non si troverebbe in questa situazione. Ma come avrebbe potuto trasgredire ad un ordine del suo stratega? Che avrebbero pensato di lui gli altri opliti? E gli Dei? Quale sarebbe stato il loro insindacabile giudizio? E’ risaputo che non si può mentire agli Dei.
Queste ed altre motivazioni spiegano perché, hic et nunc, Filippide corre e corre a sua insaputa ininterrottamente da quasi 4 ore.
Ma facciamo un salto indietro nella storia, e cerchiamo di capire cosa è successo.

490 a. C.

Correva l ‘anno 490 prima della venuta di Cristo, una data storica in tutti i sensi.
Nella piana di Maratona, gli Ateniesi, accompagnati con le tribù alleate, erano riusciti ad avere la meglio sui Persiani del grande condottiero Dario. Ai tempi andava così, non si andava molto per la sottile, quando c’erano degli asti fra popoli di provenienza diversa, le alternative erano poche: o alleanza o guerra.
E così guerra era stata.

Le falangi persiane non erano stato in grado di respingere la dirompente quanto inaspettata carica ateniese giunta dai lati, e l’urto era stato, per loro, devastante.
Gli scudi color del mogano, insieme con le lance dall’acre retrogusto di metallo, avevano cozzato gli uni con le altre, creando, seppur per breve tempo, quel sottofondo musicale che accompagna ogni battaglia come fosse una danza. Secoli dopo questo scontro verrà definito “un’accozzaglia polverosa di metallo, dentro carni ed ossa”. E così era stato.

Sebbene la durata fosse stata solo di 3 ore, non si era risparmiata violenza. Dopo aver messo in fuga gli ultimi nemici ed essersi impadroniti delle loro triremi[1], dopo aver raccolto e contato i deceduti, e aver onorato, come prassi voleva, gli Dei per l’esito benevolo della pugna, ecco che i Greci avevano cominciato a ritirarsi.
La battaglia era vinta, ce l’avevano fatta. Era giunto il momento di annunciare infine la vittoria ad Atene. E solo uno, fra i tanti opliti stanchi dopo la battaglia, poteva essere abbastanza coraggioso, determinato, e, forse, anche un pò folle, per accettare di portare il messaggio a casa.
E quel folle era stato proprio lui, Filippide.

Ma perché fra i tanti, toccò proprio a lui questo beffardo destino?
Era rinomatamente noto che Filippide fosse un emerodromo[2], ma in realtà, per nascita, era “solo” un oplita[3], un combattente della prima linea, e nemmeno di quelli più bravi, per giunta.
Quel giorno a Maratona, Callimaco, il loro amato polemarco, aveva perduto con valore la vita in battaglia, cosi era stato Milziade, che di quella battaglia ne era stato l’oscuro stratega, ad avvicinarglisi con sguardo sornione, chiedendogli di recare il messaggio ad Atene.
Filippide, lo sguardo ancora velato dalla patina di sangue dei molti nemici uccisi, la lancia spezzata stretta forte ancora carica di adrenalina nel pugno, non poté che accettare, orgoglioso e fiero, nella sordità del post guerra, quell’ordine giunto dallo stratega in persona. “Si, certo mio capitano!Recherò il messaggio, parto subito!” Esclamò carico di furor bellico.
Cosi, senza pensarci due volte, Filippide, aveva iniziato a correre.

Ma solo adesso, sotto al sole afoso che sembrava soffiare in piena libertà nella volta celeste, sotto a quello stesso cielo dove gli Dei lo seguivano beati, Filippide, che ancora correva e correva, solo adesso, dicevamo, il nostro coraggioso oplita, giunto quasi alla soglia del 17esimo kilometro stava ragionando sulla forse improbabile riuscita di questa impresa suicida.

Il sole gli sbatteva sul capo, persistente e crudele, non consapevole della tragedia che si esauriva sotto i suoi raggi. La gente dei villaggi lo aveva applaudito e accompagnato per molti chilometri, e lui non aveva fatto nemmeno caso al tragitto.
“Abbiamo vinto” aveva urlato felice ai quattro venti, sorretto dagli sguardi orgogliosi dei passanti.
Ma questo succedeva qualche chilometro fa, quando l’adrenalina ancora era potente nelle sue vene. Adesso invece di altra natura erano i suoi pensieri.
Si stava domandando infatti perché, fra i numerosi baldi giovani fra cui avrebbe potuto scegliere, Milziade avesse scelto proprio lui.
Sì, ok, era vero che si era distinto in qualche gara domenicale di corsa, ma non era di certo il migliore degli atleti, suvvia! Per esempio lui, a differenza di Mitilo da Perendrione, detto Mitilone dagli amici, non aveva mai partecipato ai giochi olimpici.

Ogni volta che nell’agorà si era imbattuto casualmente in Mitilone, lo aveva trovato intento a pavoneggiarsi di aver partecipato svariate volte sia al Diaulos[4] che al Dolichos[5], vincendo sempre, ogni competizione. Tsè, figuriamoci.
Lui non sapeva nemmeno che fosse il Dolichos, anzi, aveva sempre pensato fosse un dolce composto con miele e noci. Scoprire che era una tipologia di gioco olimpico l’aveva alquanto disorientato.
Sua moglie ancora gli ricorda con orrore quando tentò l’hoplitodromos[6] in sala da pranzo. Quella maledetta lancia gli era finita tra le caviglie, lui aveva perso l’equilibrio ed era finito direttamente sul vaso antico eredità famigliare tramandata dalla bisbisnonna, quello con il motivo a poligoni dorati e neri, il suo preferito! Fu un errore imperdonabile.
La moglie non aveva retto il colpo: si era chiusa in un mutismo generale e assoluto, addirittura si era concessa il lusso di negarsi ai doveri coniugali, solo per fargliela pagare. Almeno lui aveva appreso la lezione e non aveva più tentato tali acrobazie all’interno delle mura domestiche.
E poi beh, anche nella lotta libera non è che si fosse mai distinto particolarmente, di costituzione era magrino, a differenza di molti efebi che si riempivano di miele degli Dei per aumentare la massa muscolare, quel genere di persone che frequentavano i salotti filosofici riempiendosi la bocca di parole inutili e pretenziose, quelli che vedevano un significato intrinseco in ogni cosa, anche nel porta sapone.
Sti intellettuali di ambigue preferenze…

Ma Filippide corre, per adesso gli riesce. Ed ancora inconscio di quello che comporterà la sua eroica vicenda, suda tutto ciò che può sudare sotto la sua armatura di metallo che ancora porta addosso.
Certo lui non può sapere che il suo nome verrà ricordato negli Annali come il primo maratoneta al mondo. Il primo uomo nella storia ad aver percorso correndo la distanza di ben 42 kilometri e 195 metri. Mica briciole. Che ne può sapere, lui? Che anni, lustri, secoli dopo la sua veloce presenza sulla terra, a Londra, New Mexico, Tokyo, Casalpusterlengo, Berlino, Madrid, a Parigi, da tutte le più importanti metropoli fino ad al più sperduto paesino di provincia, ogni domenica, si sarebbe tenuto un evento in onore della sua memoria? La sua, e di tutti quelli che, ugualmente pazzi e scellerati, decidono di correre 42 kilometri. Ovviamente, non può sapere.

Però lui, ignaro, continua a correre. Corre inseguendo l’ultimo rivolo di sole, la parte finale del braccio steso di luce rossiccia che si sfuoca diventando un sol uno con il cielo. Dove andrà quel maledetto astro? Apollo, con il suo carro, lo porta a dormire, lui di questo è certo. Perché anche se sono immortali, anche gli Dei ogni tanto hanno bisogno di riposare. Domani, all’alba, di nuovo proietterà generosamente le sue luci per noi mortali, e noi potremmo ancora, magicamente, godere del suo calore.
Ma adesso corri, Filippide, corri come il vento! I tuoi concittadini sono in ansia mentre aspettano notizie della battaglia.

Cosa avranno fatto alla piana di Maratona? Quale sconosciuta e scura divisa dovremo aspettarci comparire all’orizzonte? Dovremo noi, cittadini liberi, un giorno, sottometterci a qualche altro popolo di barbari? Giammai! Siamo nati liberi, che diamine! Presto, sgozziamo un altro vitello per sicurezza!

Filippide corre ed intanto il sudore si trasforma in sale, sulle sue tempie bollenti. Piccoli grumi argentei iniziano a sedimentarsi ai lati del suo volto, secco e disidratato.
È stato così concentrato ad appoggiare un piede dopo l’altro, che solo adesso, si rende conto che darebbe qualsiasi cosa per un sorso d’acqua, anche breve, solo una goccia sarebbe sufficiente. Poggiata sul suo palato, che arriva giù, dritta in gola.
Quanto mancherà a destinazione? Come può saperlo? Quando aveva risposto prontamente al suo generale: “Non si preoccupi, conosco benissimo la strada!”, aveva detto per dire.
All’andata infatti avevano scelto un percorso diverso, passando dalle montagne, e, accompagnato dalle facezie, dalle scorreggie e dalle chiacchiere dei compagni d’arme, non si era fatto davvero un’idea dettagliata della distanza.
Il sole ormai è sparito dietro alla cresta di montagna più alta, mangiato all’orizzonte da un colore monotono, impossibile da definire. La luce del crepuscolo, quel grigio misto azzurrino che sembra appoggiarsi alle cose come una coperta temporanea, quella luce, gli ricopre ora gli occhi come un velo.
Certo, forse, adesso, magari chissà, considerando la stanchezza, quasi quasi l’elmo me lo tolgo, valuta l’emerodromo.
Timoroso, quasi scandalizzato, dal pensiero stesso di privarsi della sua stessa armatura, specie con quello che gli è costata…

Ma, alla luce dei fatti, alla fine di questa avventura, quando arriverà infine ad Atene smagliante per annunciare la vittoria, cosa conterà aver perso o meno un elmo, quando verrà omaggiato con una armatura di metallo nuova e splendente? Già,… che conterà? Quando potrà sentire finalmente in bocca il sapore vivo, fresco dell’acqua, o quello inebriante del vino?

E più ci pensa, e piu ne sente la mancanza. Quanto vorrebbe davvero sentirla, tra le labbra, la sensazione dell’acqua.
Forse se potessi bere, forse, non sarei così stanco…
E, giunto a questa considerazione, coglie al balzo l’occasione per rimuovere infine l’elmo. Sa che gli Dei non lo giudicheranno bene, ma sa anche che loro sanno come sono andate le cose alla piana. Gli Dei sanno tutto, gli Dei vedono tutto. Lui era nella prima falange, che diamine! Ares in persona può testimoniare che la sua spada ha roteato tra gli scalpi dei persiani, di sangue non ha mancato di versarne, e, insomma, il suo tributo alla sua città, Filippide di Atene, lo ha dato.

Quindi, ecco…l’elmo viene buttato a terra, lanciato con ciò che gli rimane di forza nelle esili braccia. Lasciato alle spalle sul sentiero appena battuto dai suoi passi.

Oh come si respira bene, allora è questo…respirare…

Ora sì che può portare a termine gli ultimi metri fino a casa, perché  Filippide è convinto che non manchi tanto, non può mancare tanto, perché, va bene tutto, ma qui la situazione comincia a diventare pesante.
E lui corre e corre. I suoi piedi seguono il percorso, passando tra falsi piani, saliscendi, salutando luoghi e villaggi più o meno abitati.

Del sole non è rimasto infine niente, l’ombra inizia a dominare sul suolo terreno.
Un altro pensiero, questa volta ardito, scivola nella mente del nostro emerodromo.
Perché non privarsi anche della corazza? Forse la corsa ne gioverebbe. Certo avrebbe potuto pensarci prima, ma l’onore del proprio ruolo e del proprio credo militare, vanno prima di ogni cosa.
Nella foga del momento, non l’aveva preso in considerazione.

O Dei, voi che sapete tutto, voi che vedete tutto, consigliatemi infine: sarà cattivo presagio se rimuovo infine anche la corazza?
E già che ci sono, anche schinieri e, vabbeh dai, anche lo scudo?

Il suo sguardo corre alla volta celeste, là dove risiedono coloro che tutto sanno. Ma dal cielo, plumbeo, nessuno manda segnali chiari e univoci.

Lo prendo come un sì!

Si dice Filippide, e, fermandosi il tempo necessario, rimuove infine tutta la ferraglia che piomba sullo sterrato riempiendo di rumore metallico il laconico silenzio della sera.
Non ha il coraggio di voltarsi indietro, non può permettersi di perdere un minuto di tempo in più, il nostro Filippide. Ora deve correre, più veloce, più arditamente. Ora che si è privato dell’armatura, non ha più scuse ne limiti. Dai, bello, vai!
Ma non ne ha più, le sue gambe sembrano radici, radicate a quel terreno, non hanno più energia per staccarvisi. Se solo Eolo, dio del vento, gli prestasse le ali, solo per alcuni minuti, le potrebbe mettere ai piedi e librarsi a confine tra terra e cielo per recare il prezioso messaggio.
Ma Eolo non sembra curarsi di lui, e dei suoi piedi, ora doloranti e bruciati dallo sforzo e dalle vesciche appena formate.

Dopo un tempo che sembra infinito, trascorso tra alti e bassi emotivi, giunto al 30esimo kilometro, Filippide và incontro a un down psicologico considerevole.

Non ce la farò mai. Morirò di fatica prima di compiere la mia missione. Dei, perché mi avete abbandonato? Forse che ho aizzato le vostre ire quando mi rimossi l’armatura? Forse che avrei dovuto bere meno vino all’ultima Panatenea[7]? Forse ho esagerato anche con le costolette di maiale. Ma che ve importerà di quegli animali, voglio dire, se gli avete mandati in terra perché noi ce ne potessi sfamare? Giuro che sacrificherò al tempio un agnello per ognuno di voi. Conosco una signora al mercato che vende degli agnelli speciali, giovani, di carni tenere, una bontà. Certo meglio da portare alla bocca che da sacrificare, ma comunque sia, lo farò, lo giuro, ma perdonate la mia euforia momentanea.

Filippide sta attraversando il classico muro dei 30. Un momento cruciale per ogni runner durante una maratona. Solo che lui non lo sa, non ha idea alcuna che gli mancano ben 12 km a finire, perché, se lo sapesse, potrebbe morire all’istante.
Gli stanno cedendo i muscoli, ha bruciato tutti i grassi, le riserve di anni nascoste da qualche parte del suo organismo, ha esaurito i carboidrati, non ha più niente da usare come carburante, quindi adesso solo la testa può guidarlo fino al traguardo.

Il sole lo ha abbandonato, ora solo una pallida luna gli getta una luce parziale sul suo cammino. E anche se la temperatura fortunatamente si è abbassata di parecchio, una leggera brezza gli contorna il volto, che unitasi al sudore, gli provoca impercettibili tremolii per tutto il corpo. Rischia l’ipotermia, ma anche di questo non ne è consapevole. Anche perché ai tempi non era ancora stata conosciuta, sebbene la parola sia greca, beffardo il destino.

Gli ultimi kilometri sono una tortura, da tutti i punti di vista. Il terreno è migliorato perché è in piano, ma Filippide ha rallentato il passo talmente tanto che, se ci fosse quella tartaruga di Achille, lo supererebbe impennando e con tanto di pernacchia.

Poi, ad un certo punto, il suo sguardo coglie qualcosa. Forse si sbaglia, forse la luce notturna lo inganna, ma questi ulivi, questa strada…Filippide alza il viso esausto, completamente congelato e, all’orizzonte, illuminata dalla luna, riconosce nitida proprio lei: l’Acropoli.

O Dei, maledetti Dei, volete mandarmi un segnale della vostra presenza almeno adesso? Ditemi che quella è la mia città!!

Ma dalla volta celeste ancora non viene mandato nessun segnale, nemmeno una brezza leggera.
Deve essere quella, deve, perché Filippide sta perdendo le forze, la sua bocca è arida come la pietra esposta al calore durante le ore di sole in estate, i suoi piedi, bucati, bruciano, i suoi muscoli tesi, legnosi, come corde di violino a fatica si muovono uno sull’altro. Gli rimangono solo gli occhi. Ma ha fatto tutta questa strada, lui deve arrivare.

Avvicinati Filippide, aspetta ad esultare, aspetta, ricordati quello che recitava sempre il pensatore e filosofo Jacopone di Ghiros al Tempio di Apollo sulla facilità con cui solo i folli si illudono.

Ma sì, ma sì, è proprio lei, è Atene!

Filippide non crede a quello che sta vedendo: sta per entrare in città!
E’ arrivato, ce l’ha fatta!
Le strade sono le sue, riconosce la casa di Macarenos, Poliendros, Vulcarios, tutti i suoi amici di scuola, e adesso compagni d’arme.
E’ arrivato!

Oh Dei, grazie! Grazie! Scusate se ho dubitato di voi, è stato solo un errore temporaneo, mai, mai mi permetterei di mettere in discussione la vostra immensa grandezza e bontà!

Ora Filippide è pieno di gioia, una gioia che non sa contenere. Corre trascinandosi verso la piazza sperando o di incontrare qualcuno, qualsiasi persona a cui poter recapitare il messaggio. Ma è notte fonda ed in giro ci sono solo mendicanti e pecore stanche.

Dei mei, ..è stata durissima, è durata un’eternità, ma ce l’ha fatta, ce l’ho fatta!

Mancano pochi metri alla piazza, Filippide non sente più distintamente nessuna parte del suo corpo, una volta consegnato il messaggio, prenderà subito da bere, una coperta e poi dritto tra le braccia morbide e bianche dell’amata consorte.
Le sue gambe vanno da sole… Non sente rumori, vede a malapena.
C’è una piazza e un gruppo di persone che si volta a guardarlo, come se lo stessero aspettando.
“E’ Filippide!” esclama qualcuno.
“Filippide, caro vecchio Filippide! Che è successo a Maratona?!” chiede un anziano.
“Fatelo bere prima, non vedete che è assetato?” suggerisce un altro.
“Dell’acqua presto!”
Filippide non è mai stato così felice, così orgoglioso di sé.
E’arrivato, ce l’ha fatta.

Si accascia a terra e viene raccolto da braccia altrui, qualcuno gli porge dell’acqua da una brocca e lui beve avidamente, qualcuno lo avvolge in una coperta.
Che bella sensazione…L’acqua, la coperta…
Non si è mai sentito così male e bene allo stesso momento.

Quando si sente un po’ meglio, infine prova a parlare.
“Sta per dire qualcosa!!”
“Narraci, narraci!!”
“…Neni…”farfuglia lui. Una luce brillante all’incrocio degli occhi che viene verso di lui, una sensazione crescente di beatitudine.
“Che dice? Non capisco”
“ Nenich..”
ci riprova. Ma le forze lo stanno abbandonando, la bocca stessa non sente più sua.
“Filippide, parla greco, non si capisce sennò” sussurra qualcuno.

E in un ultimo, estremo sforzo, Filippide pronuncia la parole che si era ripetuto in testa dall’inizio della sua avventura:

“Nenichénnamen” (abbiamo vinto)

E la sua anima lascia per sempre questa vita terrena.
Con onore e orgoglio, dopo aver percorso senza volerlo 42 kilometri, Filippide chiude gli occhi e muore.

Gli anziani, basiti, lo guardano morire fra le loro braccia.
Si raccolgono attorno al corpo esausto.
Atene ha un nuovo eroe.

[1] Tipologia di nave greca che utilizzava tre file di rematori
[2] Nell’antica Grecia l’emerodromo era un portatore di messaggi
[3] Nell’antica Grecia, soldato della fanteria pesante
[4] Il Diaulos era una gara di corsa di 370 mt., il Dolichos una gara di resistenza
[6] Letteralmente, gara con le armi
[7] Tipica festa greca
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