A.A.A. Anima gemella cercasi

Anno 3.025-Many years laters after China’s invasion*

Io con l’amore non sono mai andato d’accordo. Ogni volta che lo incontravo per strada, mi evitava, quando lo salutavo con enfasi non ricambiava i miei sguardi, quando lo cercavo non era mai in sede, non mi rivolgeva mai parola neanche quando eravamo nello stesso pensiero, mi guardava storto, si corrucciava tutto, insomma, ogni volta che provavo ad avvicinarmi a lui, faceva di tutto per scansarmi.
Nella mia vita, lo ammetto, ci ho provato con donne di ogni razza e di ogni specie, ne ho avuto centinaia, ma che dico, migliaia!
Ogni mia storia iniziava con Idillio, se ne stava sempre fra di noi, il bastardo,…ci coccolava e ci animava le giornate, ci regalava fiori, ci  portava fuori a cena, ci  faceva flirtare come dannati, poi, dopo in genere qualche mese, la storia finiva con Amarezza. Amarezza rovinava tutto, saltava fuori nel mezzo di una cena intima, non appena sentiva l’odore minimo di uno screzio, era sempre pronto ad uscire da dietro all’ angolo…e dopo di lui, quell’altro grande simpaticone di Delusione. Il must, il classico di Delusione era apparire sempre alla fine di un amplesso amoroso, seduto sulla sponda del letto, con le ginocchia incrociate, ci guardava fisso e faceva ripetutamente segno di no con la testa: “Non ci siamo eh?”. “Ehhhhh” e sbuffava: “Lo SA. PE. VO.” Concludeva, e mi lanciava sguardi carichi di compassione a me e alla partner del momento, la quale, ovviamente, si rivestiva infastidita e di corsa scappava dal cocente imbarazzo al quale si sentiva ingiustamente sottoposta.
Ma la mia sconfitta personale più grande fu quella con la donna invisibile. Era una ragazza stupenda, bellissima, a me non sembrava vero di avere una ragazza così a mano, non vedevo l’ora di uscire per farla vedere a tutti i miei amici, parenti, serpenti, esseri ctoni e del mare;  eppure…quel piccolo,  insignificante, minuscolo  dettaglio dell’ invisibilità, faceva sì che fosse  impossibile farla conoscere agli altri. La gente si ostinava a non volerla vedere e a non voler credere che stessimo insieme! E io, che la vedevo, che la percepivo con ogni mio senso, non concepivo come fosse possibile negare la vista di una cotanta beltà.

La peggiore volta che mi ricordo fu la prima cena a casa dei miei. Le chiesi se le avrebbe fatto piacere conoscere la mia famiglia, lei non ebbe il coraggio di dire niente, ma il suo sorriso timido e felice, mi diceva che sì, sarebbe venuta.  D’altronde anche i miei erano assai curiosi di scoprire chi era la donna che mi si accompagnava da ormai bene dieci lunghissimi mesi. Ma fu peggio di quanto prevedevo. Mia madre le versò una terrina piena zeppa di melanzane fumante sui capelli, prolungandosi in mille scuse a metà tra il riso e il serio, sostenendo di non averla veduta, il mio cane, che riusciva a vederla forse grazie all’acuto fiuto tipico degli esseri della sua specie, cercò di montarle ripetutamente uno stinco; il mio trisavolo la investì con la sedia rotelle, fu tutto tremendamente imbarazzante. Fu un continuo di “Mi scusi, signorina, non l’avevo vista” seguite da risatine varie.
E così fui costretto a chiudere anche quella relazione, mio malgrado, troppi sbeffeggiamenti, troppe risate davanti, dietro, di fianco alla sua persona, e soprattutto troppe botte, troppe cicatrici da riaggiustare ogni volta in seguito ad un’uscita insieme.

Dopo la donna invisibile fu il turno di Alexxia.
Alexxia non era male, aveva tutto quello che l’ uomo medio desidera: belle mani, viso delicato, animo sensibile, estremamente ironica, gioviale, stimolante, dannatamente intelligente e intellettuale, aveva assunto un ruolo di responsabilità nell’azienda in cui lavorava, mi piaceva perché era indipendente, determinata e allo stesso tempo conservava una certa freschezza che molte donne della sua età facevano fatica a mantenere sebbene si conservassero in rispettive celle frigorifere per settimane intere con davanti al viso la foto di Cher come memento per gli anni a venire e per la determinazione ever green della raggiunta consapevolezza epidermica.
Ma purtroppo neanche Alexxia piacque ai miei familiari. E solamente per un piccolo ed insignificante particolare, cioè che Alexxia era quella che da noi veniva definita: la donna-rutto. La poverina, piuttosto che emettere i tradizionali suoni gutturali-vocali della gente normale, esprimeva le sue sensazioni, i suoi pensieri solo ed esclusivamente attraverso rutti. Il tutto era causato dalla sua conformazione fisica che era strutturata come una grande sacca di risonanza vuota che si caricava d’aria non appena Alexxia apriva bocca, e quindi, necessariamente, veniva  scaricata non appena emetteva un suono, quindi, come qualcuno osò proporre, neanche una terapia intensiva avrebbe potuto curare la sua disfunzione fisica, di cui lei ogni tanto si vergognava, ma con la quale aveva cominciato a convivere.
La cosa che più la imbarazzava di tutte era che, durante le pause in cui non parlava, l’aria comunque riusciva ad entrarle nel corpo, (non si è mai capito bene attraverso quale buco ma abbiamo sempre creduto dalle orecchie), per cui andava accumulandosi all’interno piano piano. Quando ciò avveniva, e cioè praticamente sempre, la povera Alexxia si gonfiava lentamente tipo pesce palla quando è in procinto di alterarsi, e allora comincia a rendersi più grosso per incutere timore. Succedeva quindi che entravo al cinema a fianco di una bellezza taglia 40, ammirata da tutti, occhi verdi fondo barriera corallina, e, durante la proiezione del film, mi ritrovavo di fianco a una specie di pallone aerostatico che pareva gonfiarsi di minuto in minuto.  La cosa peggiorava se, a quel punto, qualcuno dalla file posteriori cominciava ad urlare: “Ehi, pallone gonfiato, spostati! Non si vede niente!!” A quel punto Alexxia, presa dall’imbarazzo, e per tornare a dimensioni normali, non poteva che tirare fuori l’aria, scoppiando così in un rutto stratosferico che faceva effetto rimbombo per tutta la sala di proiezione e quelle adiacenti. Così, se aveva mangiato un arancio che, mettiamo, era ancora in fase digestiva l’intera sala veniva invasa da un’improvvisa ondata di arancio in decomposizione. Vi risparmio ovviamente, gli insulti, le offese che le venivano rivolti quando ciò succedeva e la gente che, schifata, correva verso l’uscita con le mani sul naso cercando in ogni modo di non respirare.
Mia madre, la prima volta che la invitai a cena, la trovò volgare, mio padre, che le era rimasto seduto di fronte tutta la serata, la trovò irresistibile, rideva ad ogni cosa che diceva, ma, per evitare che li riproponesse per intero tutto il menu della cena via aerea, aveva installato tra lui e lei una pila di libri, dietro alla quale conversava allegramente evitando accuratamente di sporgersi più del dovuto.
Insomma, fui costretto a chiudere anche quella storia, a un certo punto mi ero stancato anche io di dormire di fianco ad un essere che si gonfiava nel sonno buttandoti giù dal letto, e di uscire dalla sale cinematografiche di ogni località a causa dei suoi rutti stratosferici e lo feci anche per miei amici, stanchi di perdere sempre a gara di rutti.

Dopo Alexxia, ebbi due o tre storielline di poco conto. Una mi costò 99 cents, l’altra un euro e venti, ma solo perché erano tempi di inflazione matta e disperatissima, per cui, una cosa che all’una e un quarto la pagavi un euro, quintuplicava di valore dieci secondi dopo. E poi, se ben ricordo, a quei tempi funzionava così: potevi comprare e vendere le tue quotazioni in borsa, e, se sapevi venderti bene, potevi anche crescere di valore. Io per esempio per un po’ uscì con una che era straquotata, mi sembra 15 euro al chilo che, per i tempi era una cifra discretamente buona; ma presto mi stancai di lei, stava tutto il tempo a pesarsi, a gestire le vendite e gli acquisti. “Quanto varrò oggi?” mi chiedeva con l’ansia negli occhi e poi, quando le sue quotazioni scendevano, impazziva: “Guardami! Dimmi che non valgo solo 5 euro al chilo”.
Insomma, era troppo per me. Io cercavo l’amore, quello vero, quello drammatico, quello che ti sconvolge, che ti uccide, che ti ammanetta, eppure persi la speranza, e anche adesso, a distanza di anni, non mi riesce di ricordami dove l’ho messa.

Fu allora che mi decisi a recarmi alla banca Intergalattica delle anime gemelle. Quando ero giovane infatti esisteva questa banca dove bastava iscriversi e dare le proprie generalità, e, nel giro di pochi giorni, ti veniva rilasciata una lista di tutte quelle ragazze che avrebbero potuto essere le tue possibili anime gemelle. Fiori e fiori di ragazze disponibili sparse per l’universo che erano nate, cresciute, allevate, calibrate in tutto e per tutto per essere le anime gemelle di qualcun altro.
Così, presi Coraggio a due mani, anche se me ne sarebbero servite altre quattro, tanto era pesante, e gli chiesi, anzi, lo pregai, di venire con me alla Banca Intergalattica delle anime gemelle.
Lui non si fece scrupoli a dirmi che ero un tremendo vigliacco, a quel tempo infatti, si credeva che ricorrere a questi infidi trucchetti per trovare la persona giusta, fosse una cosa infame, squallida, proprio da anime solitarie, il mio tentativo di spiegargli che era troppo tempo che stavo solo con Me stesso, fu vano. Subito dopo però sorse un altro problema: nel momento in cui mi avrebbero trovato l’anima gemella, avrei dovuto spiegare a Me stesso la profonda motivazione del mio gesto. Cosa avrei potuto dirgli per non offenderlo? Per far sì che non ne avesse a male?
Io me stesso lo conoscevo, lo conoscevo bene, siamo cresciuti insieme e sapevo perfettamente che una cosa così non me l’avrebbe mai fatta passare liscia in nessun modo. I casi erano due: o lo convincevo a venire con me alla banca per l’anima gemella e di tentare la sorte insieme a me, oppure avrei potuto parlargli a tete a tete in maniera molto intima e convincente cercando di spiegargli onestamente come stavano realmente le cose.
Optai per la seconda ipotesi, e decisi di invitarlo ad affrontare questo viaggio insieme.
Inizialmente rimase un attimo basito, poi diventò ragionevole quando cominciai a disegnarli un futuro roseo di noi due insieme alla nostra futura consorte sotto lo stesso tetto. Così accettò e, in una ridente mattina di marzo, uscimmo di casa per andare incontro al nostro destino.

Mi presentai alla banca un po’ intimidito ed imbarazzato, ma sicuro che fosse la cosa giusta da fare.
Due simpatiche e avvenenti impiegate mi accolsero riempendomi di attenzioni e socievolezza.
“Qual è il tuo problema?” mi chiesero.
Io gli raccontai tutto con enfasi, le mie ultime storie andate male, le mie delusioni, i miei fallimenti amorosi in borsa, tutto, mentre me stesso fu molto meno loquace e si limitava ad annuire sconsolato e ogni tanto ad integrare la storia con uno “Che sfigato, eh?”.  Penso che parlai talmente tanto di sfighe che la convinsi, e alla fine decise di prendere le mie generalità per vedere di trovare la mia anima gemella.
Mi fecero un milione di esami, mi scannerizzarono, mi faxarono, mi stamparono, mi fotocopiarono, uscii stravolto ma soddisfatto. “Non si preoccupi” mi dissero “La sua anima gemella è lì da qualche parte, può essere che sia vicino, può essere che sia dentro o fuori di lei oppure, chissà, trilioni di anni luce dal suo pianeta,..”
Sorrisi all’idea..cosa volete che siano trilioni di anni luci rispetto al tutto? Una bazzecola, uno sputo nell’oceano, un neo nel culo di un elefante.
“Aspetti, però, si tolga quel sorrisetto ebete dal volto” Aggiunse poi repentina “È nostro dovere informarla che  può essere anche che sia deceduta o che non esista affatto” disse e qui, strinse le labbra in una smorfia poco promettente, “Nel qual caso” sibilò timidamente  “Nel qual caso significherebbe che lei è destinato a vagare come una povera anima solitaria fino alla fine della sua vita e

NON CONOSCERA’ MAI L’AMORE VERO!!”

…in quel momento apparve Sfiga che, con una manata rapida dove normalmente non batte il sole, ci lasciò un attimo contriti e altrettanto amareggiati.
Ma io ci speravo comunque. Tornai a casa con quello che era rimasto di me: una mano, un sopracciglio, un orecchio, la bocca; domandai alla gentile infermiera che mi aveva fatto gli esami un sacchettino dove poter posare il resto di me e chiesi a Me stesso di portarmi a casa. Nella strada del ritorno non potei elaborare pensieri visto che la testa l’avevo lasciata alla banca, ma con la bocca canticchiai un motivetto e capì, da qualche parte dentro di me, che avevo fatto la cosa giusta.
Dentro mi sentivo felice, anche se in quel momento non sapevo dove fosse, il mio dentro.
Quando apparve Felicità sulla strada del ritorno, Me stesso fu molto saggio: “Aspetta!! è troppo presto, non precorriamo i tempi”, gli disse alzando la mano come per bloccarlo in anticipo in un alt perentorio. Allora Felicità, che era un cordialone, girò i tacchi alzando le spalle, con le mani in tasca, e se ne andò senza Riluttanza, il quale, come al solito, era piegato in due dalla nausea e non gli riusciva di alzarsi dal bordo del vialetto in cui era sdraiato.

Aspettai con Trepidazione quei giorni di attesa. Pensai che l’avrei ucciso: si alzava, si rimetteva a sedere, controllava l’orologio di continuo, poi si rimetteva a sedere, sbuffava, batteva i piedi, si strofinava le gambe, non gli riusciva di stare fermo. Quando squillava il telefono, scattava in piedi: “Chi è??Chi è?!”urlava.
“Chi è chi è?? Rispondi!!” e mi toccava  dappertutto. Anche in quell’occasione Me stesso dimostrò di essere in gamba, e, con Calma e Determinazione, cercarono di tenerlo buono.Fu così che dopo tre giorni mi arrivò una lettera dalla Banca Intergalattica dell’anima gemella dicendo che la mia lista era definitivamente pronta.
Non ci fu verso di impedirlo: Trepidazione volle venire a tutti i costi con me, e anche se non ero molto per la quale, non potevo impedirglielo visto che aveva trascorso con me i giorni dell’attesa, però chiesi a Coraggio e Fermezza di accompagnarmi, perché da solo con Trepidazione non volevo proprio andare. Me stesso mi chiese se necessitavo anche della sua presenza, e io gli dissi “Certo” mettendogli una mano sulla spalla, e in quel momento arrivò Amicizia che chiese di poter essere presente anche lei al lieto evento. Ovviamente non potei negarglielo. Ma visto che Amicizia non poteva sopportare Trepidazione, si fece accompagnare da Fratellanza, che aveva un carattere molto più benevolo del suo, ma non del tutto, tanto che si decise di chiamare anche Indifferenza, per tagliare la testa al toro.
Ci avviammo tutti insieme verso la Banca Internazionale delle anime gemelle. Trepidazione era già lì da ore, aveva già fatto amicizia con tutti, sembrava il re della festa, Fratellanza e Amicizia camminavano silenti parlottando del Più e del Meno, loro amici di gioventù, Coraggio e Fermezza subito dietro, io e me stesso sorridenti a fianco, e, in fondo a tutto il gruppo, Indifferenza con la faccia di quello che non sa dove sta andando né che è in procinto di fare, ma tanto, comunque, non è che gliene importasse più di tanto.
Arrivati, entrammo tutti insieme.
Ci fecero accomodare in sala d’attesa.
“Qualcuno tenga buono Trepidazione, per favore!!” sussurrò Fermezza gettando un’ occhiata feroce a Trepidazione che, dall’ansia, si era attaccato con l’orecchio alla porta dietro alla quale stavamo aspettando il verdetto e si era messo a grattare con un cucchiaio per aprire un tunnel e carpire il più in fretta possibile l’esito dell’esame.
“Io non ci parlo con quello, mi dà i brividi..” disse Amicizia rivolgendosi a Trepidazione.
“Lo so, anche a me, ma qualcuno deve pur far qualcosa,.. quello non si tiene “lo incalzò Fratellanza, pacifico come sempre.
“Ragazzi, basta, state tranquilli andrà tutto bene,…dobbiamo solo pazientare, e anche se non dovessi avere l’anima gemella, pazienza, ..”
In quel momento qualcuno entrò dalla porta: “Mi avete chiamato?”
Era Pazienza.
“Per fortuna che sei venuto! Blocca quello sciroccato!” disse Fermezza indicando Trepidazione che adesso stava cercando di incunearsi sotto la porta sotto lo sguardo corrucciato di Amicizia.
Ma la porta si aprì e ne uscì una delle simpatiche infermiere che mi avevano visitato. Non feci in tempo a dire qualcosa che già Trepidazione le stava addosso prendendola per il bavero della giacca: “Allora?? Qual è l’esito, quale??Narraci!”
L’infermiera ci guardò sconvolta “Calma!..sono qui a posta per dirvelo..”
“Non esiti per carità! Ce lo dica ce lo dica!!” continuava quello e prese a scuoterle i lembi del camice sempre con più insistenza.
“Basta qualcuno lo fermi!” urlarono dalla sala di attesa
In men che non si dica Coraggio e Fermezza gli furono addosso e lo staccarono con violenza da quella poverina che non centrava nulla. Lo buttarono fuori di peso mentre lui ancora lo si sentiva urlare:

“Abbiamo diritto di sapere, il DIRITTOooooooooOOOooo!!”

Lei si rimise un attimo a posto dopo lo spiacevole avvenimento, alzò il viso e mi lanciò un sorriso, dopo però lo rivolle indietro, perché voleva dirmi : “Va tutto bene, l’abbiamo trovata!”
Sospirammo di gioia. Non ero un’anima solitaria, avevo un’anima gemella da qualche parte sparsa per il mondo c’era una ragazza adatta a me, una donna con cui avrei conosciuto l’Amore, con cui poter costruire qualcosa, con cui poter passare il resto della mia vita!! C’era gioia più grande??
“C’è solo un piccolo problema” disse Lei e questa volta la sua espressione si incupì improvvisamente.
Nella stanza cadde il silenzio, lo sentimmo arrivare prima ancora che lo annunciassero. Sbatté le ginocchia e urlò un “Oh Cristo Santo!!” che nessuno avrebbe voluto sentire dopo di ché andò a sedersi in un angolino e non aprì più bocca per il resto del pomeriggio. Non è mai stato particolarmente loquace.
L’infermiera allora continuò, assumendo quell’aria didattica e pedagogica che le si confaceva assai. Recuperò il dominio di sé ed acclamò:
“.. La tua anima gemella è di una razza particolare, si chiama razza Scoparacciola”
Si elevò un UAOH, qualcuno fischiò allupato, qualcun altro mi diede il suo gomito, vollero che battessi il cinque e allora lo battei e lui non la prese troppo bene.
“Fermi tutti!!” disse lei “Ma che avete capito” disse severa.
“Non è come pensate!”
“Cioè?” chiesi inghiottendo litri e litri di saliva, annusando il sospetto che le cose si stessero mettendo male.“La cosiddetta razza Scoparacciola è molto rara, sono pochi gli esemplari ancora vivi, in sostanza prendono questo nome perché la specie femminile ha il costume di mangiare l’uomo dopo
che
hanno consumato
un amplesso amoroso..”

Disperazione, Delusione, Amarezza, Tristezza, tutti apparvero nello stanzino spingendosi l’un con l’altro, incastrati nella porta perché cercarono di entrare nello stesso momento.
Ma come era possibile? Ma perché a me? La donna della mia vita, ..l’unico essere che sarei mai stato in grado di amare veramente.. mi avrebbe mangiato dopo la prima notte d’amore..

In quel momento apparve Sfiga, contento come una pasqua e con un sorriso a 44 denti, ma lo sguardo intimidatorio che gli rivolsero tutti, lo costrinsero ad abbandonare i suoi meri scopi.
“Ho capito” dissi solo, e in quel momento credetti veramente di morire, cercai Speranza, ma non la vidi arrivare, e ancora non mi ricordavo dove l’avevo poggiata, se sul tavolino di fianco alla porta d’ingresso o se SULLA porta d’ingresso.
“Ma come è possibile” dissi rivolgendomi all’infermiera : “Se è la mia anima gemella, perché mi dovrebbe mangiare?”
“E’ una questione psicologica, vede, le femmine della razza Scoparacciola, non possono sopportare di covare il vero amore dentro di loro, sono eternamente divise tra le due forze di amore e morte, dopo che provano l’una, sentono con urgenza il desiderio dell’altra”.
“Va bene” dissi solo, e desiderai fortemente di rinchiudermi nel silenzio, quando Coraggio venne a fianco a me e mi appoggiò una mano calda sulla spalla.
“..Ma non mi importa! “ dissi “Andrò comunque verso il destino, se qualcuno infatti da qualche parte nell’universo ha decretato che quella è la donna giusta per me, ci sarà un motivo no?”
“Beh, vede i casi sono due: o accetta e va a prendersi la sua anima gemella andando incontro ad una morte lenta e dolorosa, oppure manda una bella email di reclamo al customerservice, servizio clienti, ufficio lamentele del destino..”
“Cioè…lei mi sta dicendo che dovrei fare ricorso al destino perché nella mia vita non avrò mai un’anima gemella?”
“Certo che sì, è una cosa normale”
“Altrimenti..c’è un’altra alternativa?”
“Ovvero??” chiesi tremando
“Beh, può sempre rassegnarsi a una vita.. beh, ecco a una vita senza sesso…”Gelo, Paura, Delirio, Rifiuto e Diniego apparvero all’improvviso.

 

COSA HA DETTO????

domandarono in un coro a cappella improvvisato nella sala d’attesa.

Questa osservazione scatenò il putiferio, tutti cominciarono a fare le loro osservazioni a voce alta, a voler dire la loro a tutti i costi, c’era chi tirò fuori il portafoglio e sbatteva in aria i soldi “Fatemi parlare, fatemi parlare!!” “Voglio dire la mia, voglio dire la miaaa”, diceva qualcuno di non ben identificato nella folla. Nel caos pure Trepidazione riuscì ad intrufolarsi e, con la solita aria persa, girava avanti ed indietro per la stanza andando un po’ da tutti a chiedere come sarebbe finita, mentre mordicchiava con ansia le unghie di persone a caso.
L’infermiera portava sul viso i segni della fine della pazienza, ce l’aveva scritto a caratteri cubitali. FINE PAZIENZA Aveva Trepidazione che si era impossessato della sua mano e , mentre le mordicchiava le unghie, le sussurrava nell’orecchio: “Dimmi cosa è successo, ti prego, ti prego…”

E allora lei, scostando in un colpo secco il braccio molto lontano da Trepidazione,  cominciò ad urlare:

NON CONOSCERA’ MAI L’AMORE VERO!!”BASTA!! USCITE FUORI DI QUI!!
e poi venne da me, mi afferrò per un polso e mi disse :“In bocca al..lupo.. eh eh!” e ridacchiò, mentre in una mano mi dava la busta contenente i riferimenti della donna che il destino aveva scelto per me.

Tornai a casa amareggiato, così amareggiato che faceva fatica anche a stare con Me stesso.
“Ti prego, vai” gli chiesi.
“Non vuoi che resti con te? Mando via tutti gli altri” disse.
“No, ti prego, vai, e manda via tutti gli altri, ho bisogno di stare solo”
“Come vuoi” disse. Lui sì che mi capiva.

Mi distaccai dal gruppo e feci una lunga passeggiata prima di fare ritorno a casa. In mano tenevo quella busta che non avevo il coraggio di aprire. Mentre camminavo non potevo fare  a meno di pensare: perché a me, perché non potevo avere l’amore e tutti gli altri sì. Perché? E allora mi sovvennero tutte quelle cose che, nel corso della mia vita, non avevo mai avuto, e che forse mi sarebbe state dovute per destino, per necessità.
Non avevo mai avuto la merendina al cioccolato per tutti i cinque anni di elementari perché mia madre sosteneva che quelle erano le merendine che mangiavano tutti e voleva che io fossi diverso e non mi omologassi alla massa, non avevo mai avuto quella mia compagna del liceo, che l’aveva data a tutti, ma proprio a tutti, che addirittura aveva sconfinato in altre contee pur di darla ad altri, ma, nel tripudio della generosità corporea si era dimenticata del sottoscritto.
Potevo rinunciare alla merendina al cioccolato, potevo accettare che qualcuna potesse non amarmi, avevo rinunciato alle sette porte di Orione, e non avevo mai visto cose che gli uomini non si potevano immaginare, potevo anche rinunciare alle pantofole di lana Merinos, ma potevo rinunciare alla cosa più voluta, al nostro più bene prezioso, a ciò che muove tutto il resto del mondo, al riflesso incondizionato che ci dirige? Potevo rinunciare infine all’amore vero? Quello con la a, la m, la o la erre e la e maiuscole? L’ A M O R E ?

 

 

                ******Fine Prima Parte******

*and GOT is still not finished

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