Fidanzati cattivissimi- Racconto 2

TITOLO: Lo stronzo numero 2 GG l’allenatore
SOTTOTITOLO: Come si diventa titolari di una squadra
SOTTOTESTO: Evita le parrocchie, c’è brutta gente
MESSAGGIO IMPLICITO: Limona con il tuo allenatore se vuoi fare carriera e non hai competenze fisiche né tecniche

Per la serie l’amore ai tempi dell’acne.
Dopo aver tentennato in cerca di un come e di un perchè tra i vari sport, mi buttai sulla pallavolo.
In quell’età dell’incertezza, dell’insicurezza e della eterna inconsapevolezza, io rappresentavo l’incarnazione perfetta di tutte e tre le “ezza”: non sapevo dove andavo, né cosa ero, ne dove ero diretta né cosa volevo, e, sopratutto, non me lo domandavo, il che mi risparmiava atroci sofferenze e mesi e mesi di pianti isterici pre/postmestruo o in assenza di.
Una mia compagna di classe mi invitò a venire a provare a giocare nella sua squadra. Tentennai, intrisa di ignavia, che a quei tempi andava per la maggiore, se non altro perchè studiavamo al liceo classico i canti infernali e ci piacevano di molto i neologismi danteschi ed eravamo soliti usarli di sovente.“Dai ci divertiamo” mi disse.
Incertezza.“
Secondo me sei brava”
Insicurezza.
“E’ poi l’allenatore è troppo figo!”
Fra tutte, era l’argomentazione che andava per la maggiore.
Mi iscrissi.
Se non altro, mi sarei rifatta gli occhi.Normalmente non credo alle leggende metropolitane, voglio dire, quando un’amica ti dice “Quello è troppo figo”, di norma devi crederci per un 45%, il restante 55% ti dirà che il suo concetto di essere figo non corrisponde esattamente a quello che è oggettivamente figo.  E se non hai capito niente di questo ragionamento logico, basta che consideri quante verità le persone dicano quotidianamente: sicuramente meno del 50%.Il che testimonia il fatto che ho fatto studi classici.
Va beh, testiamo dal vero. Dissi.

Con mia grande e notevole soddisfazione, scoprii che, per la prima volta in assoluto, l’affermazione corrispondeva al vero: l’allenatore era davvero figo.
Ora, NON FATE QUESTO TEST A CASA!!
1) Prendi un allenatore belloccio di qualsiasi sport
2) Mettilo ad allenare in una squadra femminile di adolescenti alle prime prese con l’altro sesso
3) Pop corn, acqua, divano…goditi lo spettacolo

Nel caso di GG però bisogna aggiungere una postilla fondamentale. La squadra dove mi capitò di giocare quell’anno, non era una squadra normale, io non lo avevo capito subito, forse avrei dovuto intuirlo dal nome stesso della società, ma la cosa mi fu chiara quando, dopo mesi di allenamento, prima di una partita, messe tutte in circolo per darci la carica, la madre dell’allenatore nonché arbitro ( e qui c’era un abbozzo di conflitto di interessi) disse: “E adesso preghiamo”. Io alzai la testa, stupita. “Come?” Che diavolo…??? Avrei dovuto capirlo, come ho fatto a non accorgermene…era una squadra PARROCCHIALE. E allora perchè, santoiddio, giocavamo sempre di domenica, la domenica non è il giorno di riposo mondiale?Non credo che Dio disputasse tornei di calcetto la domenica…E come avrei potuto intuirlo, visto che negli spogliatoi si udivano le più malsane e luride storie di sesso preadolescenziali mai sentite? Le mie religiose compagne saranno state anche credenti, ma si davano da fare di brutto a differenza, peraltro, della sottoscritta che al solo udire la parola “pene”, si ritraeva intimorita, con la pelle d’oca sulle braccia, facendo no no no con la testa ripetutamente. Essendo il capo di una squadra parrocchiale ne derivava che anche lui faceva parte di quel manipolo di cattolici della vecchia guardia: di quelli che andava a messa la domenica, trangugiava il corpo di Cristo senza un minimo di ansia e era solito trastullarsi in parrocchia durante i lunghi pomeriggi estivi a cantare in circolo canzoni di chiesa.  E non solo.

Successe che, praticamente, diventammo amici. Tutte le altre ragazze che, negli spogliatoi, si trasformavano in camionisti slavi che sembrava in bocca coltivassero preservativi e che non facevano altro che prendere cazzi a destra e a manca, una volta uscitene mostravano un’altra facciata: quelle delle brave ragazze che non parlano di argomenti sconci.
E quindi il povero GG, con i coglioni carichi da secoli trattenuti per volontà divina, si intratteneva con me e altre due outsider del circolino per reperire il più possibile informazioni su questa cosa, ahimè sconosciuta, chiamata sesso, e raccontarci le sue delusioni sentimentali legate alla problematica sostanziale che la sua fidanzata di sempre non gliela sganciasse e non avesse, sul lungo termine, intenzione alcuna. Dieci anni insieme e, insomma, ancora no,… c’era stato nessun incontro biblico. Ovviamente lei voleva aspettare, che cosa direte voi infedeli? Il matrimonio, ovvio!
A volte GG ci stupiva con frasi del tipo: “Mi sa che dobbiamo sposarci..”
“Perchè? È incinta? Allora l’avete fatto!”
“Non ne sono sicuro..”
Al che noi rimanevamo sconcertate, ma che potevamo capire? Eravamo ragazzine, avevamo15/16 anni. Io lo stavo ad ascoltare per ore poi, pratica, davo il mio consulto: “Sposati”. Lui rabbrividiva al sol pensiero, era chiaro che non era innamorato e non faceva che sottolineare quanta frustrazione gli desse questa situazione di impasse. Neanche con un ariete sarebbe riuscito a sfondare quel muro che la sua fidanzata gli aveva posto: le loro serate si consumavano in lui che giocava alla Playstation e lei che leggeva un libro in due lati opposti della stessa stanza. Teneri. Peccato che pero lui ne usciva parecchio frustrato.

E fu così che, a furia di rimanere a parlare all’uscita della palestra, cominciò ad allungarsi verso casa mia per portarmi a casa. Parlavamo, parlavamo e parlavamo. Poi cominciammo a parlar di meno, perchè le parole lasciarono spazio ai baci ed in breve  diventai la sua amante. Una carriera meravigliosa se si considera che ai tempi avevo solo 16 anni.Tuttavia, se proprio dobbiamo armarci di biasimo, quello ricadrebbe senza alcun dubbio su di me…fui io a cercamelo, a crearmelo, ad inseguirmelo, l’intrallazzo. Non feci niente per evitarlo, dovevo buttarmi nella mischia del love boat, non potevo esimermi, dovevo fare la pecorona che segue il gregge. Dovevo avere una liason PER FORZA.
Ma che ci potevo fare? L’allenatore ricordava per i lineamenti alla lontana Lurch della famiglia Adams, era lento di comprendonio, un po’ stempiato e, a ripensarci bene, portava delle occhiaie parecchio scure e marcate, però a me piaceva. Faceva dei discorsi da persona adulta, di mondo, anche se non credo che oltre alla strada CASA PALESTRA PARROCCHIA CHIESA avesse mai girato chissàche.
Lui diceva che io ero brillante, che avevo una visione del mondo molto aperta e particolare, che gli piaceva parlare con me, che ero free a differenza di tante altre ragazze che conosceva. Insomma, mi riempiva di complimenti, quindi per me era ok, avweva tutte le caratteristiche che mi occorrono per farti diventare il mio partner.
C’erano solo due miseri ed insignificanti dettagli che però, ad un’occhiata più attenta, erano degni di nota: il primo era che il coach era ancora fidanzato, ed il secondo era che io, beh, non ero maggiorenne. Il connubio di questi due fattori spiegava il come e il perché ogni nostro incontro avvenisse dentro ad un abitacolo a quattro ruote, lontano da zone ad alta densità di popolazione e con  molteplici apparecchi atti all’illuminazione stradale. In breve, avevamo battezzato ogni singolo angolo buio, tutti gli antri bui sui colli che potessero permettere un incontro discreto e appartato.
Ogni nostro incontro iniziava e finiva nello stesso identico modo: lui veniva  a prendermi in auto, iniziavamo a parlare e a parlare e poi finivamo a rotolarci l’uno sull’altro per ore e ore e poi, puntualmente, dopo qualche giorno, in qualche modo riusciva a farmi scivolare alla fine degli allenamenti una letterina in cui si prodigava in pentimenti e rassegnazione all’evidenza che, ahinoi, eravamo mortali e ci eravamo lasciati andare, anche questa volta, ai più biechi istinti sessuali.
Nel frattempo, perlomeno, godevo della mia posizione privilegiata di First Lady e giocavo da titolare, cosa che non sarebbe successo se non ci fossero state le lunghe jam session nella sua auto. Ma, in realtӑ, modestia a parte, me lo meritavo anche.
L’apice fu quella volta che, stesi completamente vestiti l’uno sull’altra, lui ad un certo punto, colmo di meraviglia si fermò  e mi guardò, con un occhio languido e curioso.
“..Questo è… far l’amore?”mi domandò nel silenzio della nostra intimità, con un imbarazzo reale. Io, sedicenne con così poche esperienze che non riempivano nemmeno le dita di una mano, gli rimandai uno sguardo vuoto, disperato, ma dentro di me si formulò chiaro e ben impresso un concetto: spero proprio di no!
“Io credevo che ci dovrebbe essere più contatto” risposi per non essere offensiva. “Credo che occorra una cosa chiamata penetrazione”. Così mi era stato riferito, per lo meno.

Così trascorrevamo le serate in un gioco al massacro dove lui mi teneva sul filo del rasoio indecisi sul fatto se fosse giusto farlo o non farlo, ogni nostra discussione all’inizio serata partiva dal presupposto ontologico che fossimo due peccatori senza riserve, che commettevamo tanti di quei peccati che Dio ci guardava coprendosi le mani e oscillando a destra e a sinistra in segno di rimprovero eterno, poi, nondimeno, concludevamo la serata a spintonarci incastrati tra cambio e sedile ribaltato, per la gioia dei voyeur.
No, ma commettiamo peccato.
Dio ci guarda e ci giudica.
Ogni appuntamento si tramutava in una sessione notturna a metà tra gli incontri di parrocchia e una seduta di sesso estremo in versione cinematografica (cioè vissuta da spettatore), …una vera tortura, tornavo a casa con la testa gonfia di idee bislacche sul sesso e su cosa volesse dire farlo, su come si poteva evitare di peccare e, pur non avendo mai fatto sesso ancora nella mia giovane età, avrei pagato oro finchè si decidesse a provare visto che mi aveva esaurito anche l’anima che, ovviamente, avevo io destinato ad atroci sofferenze nelle fiamme ardenti dei gironi infernali, girone ¾ , prego, i lussuriosi!
“Non dovremmo cedere ai più biechi istinti” diceva lui slacciandomi la camicetta.
“Ciò è sbagliato” e giù di lingua.
“La mia fidanzata cosa direbbe?” e mani ovunque.
Io un’idea ce l’avevo…però..

Poi un giorno disse, dopo svariati tentativi di portarmi sulla retta via.
“Secondo me, anche tu in fondo in fondo sei un po’ credente”
…Possibile?
Visto che, già da allora, non mi negavo niente, tentai.
Dai, accendiamo questo lumino di fede, diamogli una possibilità, a questo signor Dio.
E allora presi dal comodino il best seller mondiale, ogni anno numero uno alla Fiera di libro di Francoforte: la Bibbia.
E lessi.

Giuro, ci ho provato, davvero ci ho provato. Ma qualcosa mi bloccò dopo aver finito di leggere la triste vicenda del saggio Giobbe e poi quella di  Isacco a qualche pagina all’inizio dell’Antico Testamento.
Più o meno la storia andò così.

Giobbe era un uomo onesto, integerrimo, sapiente, amato e venerato da tutti nella sua piccola comunità montana. Aveva non so quante vacche, mucche, una moglie amata ma brutta come il paglione che aveva passato la sua vita da coprotagonista spargolando una quantità di bambini che non si sa come avesse fatto Giobbe a fare tanti soldi e ad essere tanto amato visto che, probabilmente, passava più tempo a darsi da fare nel talamo nuziale che a  studiare alacremente le Sacre Scritture, ma comunque,..Giobbe, il cui nome etimologicamente si traduce dall’arabo come “Colui che sopporta le avversità”, e qua apriamo una parentesi sull’ingiustizia fatale di sto poveraccio già dai primi natali, Giobbe dicevamo aveva tutto ed era uno considerato “giusto”, che ai tempi aveva tutto un altro significato rispetto a quello che si intende adesso. Finché le malelingue non si pronunciarono, maligne, figlie di Belzebù.
“Troppo facile essere giusti, quando si ha tutto: figli, pascoli, una moglie sempre disponibile, con un tasso di fertilità al disopra della norma, troppo, troppo facile”
Effettivamente, poteva esserci della logica. Così Dio, che non era sordo alle richieste dei suoi umili rappresentanti terreni, ci pensò su ed infine disse. “Facciamo un tentativo”.
Nel giro di poco gli tolse tutto: figli deceduti, pascoli deceduti, malattie fisiche dove non ne erano mai state. Una tragedia infinita.
Ma in tutto questo Giobbe, seppur al colmo della frustrazione, se non altro rispettando i dettami voluti dal nome, era riuscito a non cedere nelle imprecazioni, per lo meno in quelle ad alta voce e continuava imperterrito nella sua fede infinita verso Dio.
Il che ci insegna che l’uomo non può giudicare l’operato divino, e che anche l’uomo giusto può soffrire.

Finito il racconto, avevo già nutrito qualche dubbio su Dio e tutta la compagnia, ma ancora volevo dare fiducia.
Poi lessi la storia di Abramo e Isacco. Anche Abramo era uno giusto, così giusto che è considerato uno dei patriarca dell’ebraismo, così giusto che, anche a sto giro, Dio pensa bene di fare un tentativo di mobbing e /o terrorismo psicologico.
“Abramo, gli fa, vediamo se ti fidi davvero davvero del tuo dio”
“Ovvio che sì!” rispose prontamente quest’ultimo, sempre sul pezzo, come quando c’era stato da scrivere i comandamenti.
“Sacrifica il tuo unico figlio, dai”
Oh merda, e adesso? Non poteva dirgli no, Dio se ne sarebbe certamente accorto, era impossibile sfuggirgli, Dio vedeva ogni cosa. Così, rammaricato, con il cuore gonfio di tristezza, andò dal figlio e gli propose di venire con lui sul monte Moria a sacrificare un agnello a Dio.
“Perchè no! “ Disse Isacco contento di andare a fare una passeggiata con il babbo.
“Và che ci scappa anche una grigliatona” pensò lui, ingenuo.
Ma già dopo pochi minuti di ascesa, qualcosa non gli quadrava all’Isacco. Perchè se il piano era sacrificare un agnello, loro non ce l’avevano, l’agnello? “Abbi fede” gli rispose il babbo con gli occhi gonfi di pianto.
E Isacco si fidò del padre, perchè era suo padre, carne della sua carne, sangue del suo sangue, il suo adorato babbo.
Quando arrivarono in cima e dell’agnello non si vedeva neanche l’ombra, Isacco nasò puzza di bruciato. Siediti, lo vedi l’agnello? Ingiunse il padre al figlio, estraendo furtivamente il pugnale per sgozzarlo in nome di Dio. Quando Isacco si voltò, non credette ai suoi occhi: il padre brandiva un coltello verso di lui! Altro che agnello! Ora era tutto chiaro.
“Padre, perchè? Chiese il figlio.
“Ordine di Dio” rispose il padre, prosternato dal dolore.
“Non so se riesco a farlo” aggiunse poi, disperato.
“Devi, devi farlo!” disse il figlio che gli porse la carotide a mò di incitamento.
“Dai coraggio, uccidimi, uccidi il tuo unico figlio!”disse per incoraggiarlo.
Ed in quel momento arrivò l’angelo emissario divino “Scherzettino!” disse.

Gettai letteralmente il tomo di mille secoli e passa dall’altra parte della stanza, lo usai come fermaporte e decisi si rifiutarmi categoricamente qualsiasi contatto con il cattolicesimo e compagnia briscola.
Aveva errato il mio allenatore: non c’era nessuna traccia di fede in me, né mai ci sarebbe stata.
Non mi era chiaro come un Dio che doveva essere buono e vegliare su di noi potesse imporre a un padre una cosa così crudele, per poi ritrarre la mano, e sopratutto non mi era chiaro perchè mentre quei personaggi biblici non facevano altro che scopare come forsennati dalla mattina alla sera, noi invece, figli dell’era moderna, dovessimo stare chiusi in un abitacolo senza aria e ossigeno ad ucciderci di petting, per poi ricoprirci ipocritamente di docce di sensi di colpa.

Chiusi con GG l’allenatore con fermezza e determinazione. Sarò stata anche un’adolescente incerta,  insicura e inesperta sessualmente, ma nel piccolo ventaglio delle cose che sapevo, una mi era chiara più chiara delle altre: non avrei mai accettato l’ipocrisia cattolica di chi fa una cosa e poi corre a pentirsene subito dopo.

Amen.

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s